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Unione Europea

La Merkel salverà il Trattato?

18 Dic 2006 - Antonio Missiroli - Antonio Missiroli

All’indomani del Consiglio Europeo che ha concluso il semestre finlandese di presidenza dell’Ue, ci si comincia a chiedere cosa vorrà (e potrà) fare la Germania nei sei mesi in cui si troverà alla guida dell’Europa, in una fase che molti continuano a considerare di “crisi” del processo di integrazione. C’è chi fa addirittura ricorso al Dickens di “Great Expectations” per definire l’attitudine di partner e osservatori, nonostante Berlino stessa cerchi di smorzare le attese quasi salvifiche che si stanno accumulando nei confronti della Grande Coalizione di Angela Merkel.

La presidenza tedesca
La dodicesima presidenza di turno tedesca sarà la prima di un’Unione con 27 Stati membri: Bulgaria e Romania, infatti, entreranno ufficialmente nell’Ue il 1 gennaio prossimo. Sarà pure la prima di una serie di tre presidenze (Germania, Portogallo e Slovenia) che hanno coordinato i loro programmi e creato una sorta di nuova ‘troika’ per la gestione degli affari comunitari.

La presidenza tedesca dell’Unione coinciderà inoltre (come del resto già accaduto nella precedente occasione, all’inizio del 1999) con la presidenza tedesca del G8, imponendo un notevole carico supplementare alla macchina diplomatica di Berlino. Ai circa 400 eventi di vario tipo che avranno luogo durante il semestre Ue, infatti, se ne sommeranno quasi 50 legati al G8, oltre ovviamente alle celebrazioni ufficiali per il 50 anniversario della firma del Trattato di Roma, che si svolgeranno il 25 marzo a Berlino (con un’appendice interparlamentare a Roma), e naturalmente tutte le possibili attività straordinarie che la situazione internazionale potrebbe rendere necessarie.

Se l’attuale presidenza finlandese è stata severamente condizionata prima dal conflitto nel Libano meridionale, poi dal montare dei dossier Turchia e Russia (fra i più controversi all’interno dell’Ue allargata), la presidenza tedesca si troverà probabilmente a fare i conti con quello del Kosovo, come già nel 1999, e con le sempre numerose incognite dello scacchiere medio-orientale.

Ma le grandi attese di dickensiana memoria sono soprattutto rivolte al futuro della Costituzione europea, su cui la Germania dovrà presentare un rapporto contenente un’analisi dello stato del problema e una serie di raccomandazioni sia sui contenuti che sulle possibili procedure di un eventuale nuovo accordo a 27. Missione impossibile?

Le elezioni francesi
Certo non sarà nè semplice, nè nelle sole mani di Berlino. Prima di tutto, il calendario politico francese è tale da restringere molto i margini per una iniziativa o mediazione tedesca: con elezioni presidenziali ad aprile e legislative fra maggio e giugno, Parigi non avrà un governo in grado di assumere impegni precisi fino alla vigilia stessa del Consiglio Europeo che concluderà il semestre. Vero è che soprattutto la Cancelliera ha già stabilito contatti sia col team di Nicolas Sarkozy – che conosce dai tempi della comune militanza fra i giovani del Ppe – che con la stessa Segolene Royal, con cui si è incontrata quasi in segreto alcuni giorni fa.

E se la primavera francese sarà lunga e piena di incognite, il cambio della guardia a Downing Street potrebbe avvenire più o meno nello stesso periodo. Mentre un Blair ormai in uscita non potrà prendere impegni a nome del suo successore, un Brown fresco di nomina avrà comunque bisogno di tempo per mostrare le sue carte. In altre parole, è probabile che la presidenza tedesca possa solo indicare un possibile cammino, lasciando alla successiva presidenza portoghese il compito di percorrerlo.

Due direzioni di lavoro
La Germania, pare, lavorerà soprattutto in due direzioni. La prima è la Dichiarazione di Berlino che dovrebbe essere approvata il 25 marzo prossimo: sul testo stanno lavorando il capo dello staff della Cancelliera Thomas de Maizière – discendente di un’antica famiglia ugonotta e parente del primo e unico premier democraticamente eletto della ex Ddr – e i due sherpa Uwe Corsepius e Reinhard Silberberg (per il ministro degli Esteri Steinmeier), con la ferma intenzione di non sottometterlo a un negoziato a 27 a Bruxelles, ma di consultare invece solo le capitali in modo più rapido e informale.

Il testo – breve, attorno alle tre pagine – conterrà probabilmente una riaffermazione dei successi del processo di integrazione nei suoi primi cinquant’anni e dei valori su cui si basa (compresa la sua dimensione “sociale” e la sua compatibilità con le varie identità “nazionali”), nonchè un appello al suo rilancio come condicio sine qua non per preservare quei successi e quei valori nell’era della globalizzazione.

Nelle intenzioni del governo tedesco, una dichiarazione di questo tipo non dovrebbe fare riferimento alla Costituzione – sarebbe fra l’altro troppo presto, alla luce del calendario elettorale francese e del probabile avvicendamento a Downing Street – ma potrebbe diventare in seguito un possibile preambolo (o annesso) al nuovo trattato, che dovrebbe a sua volta incorporare la sostanza del testo bocciato dagli elettori francesi e olandesi. I riferimenti al “sociale” e al “nazionale” servirebbero insomma a rassicurare, rispettivamente, la sinistra (l’idea sarebbe stata discussa anche con Madame Royal) e i nuovi paesi membri.

E la “sostanza” di cui parla Berlino consisterebbe – questa la seconda direzione di lavoro – in tutto cio’ e soltanto ciò che di davvero nuovo c’è nella Costituzione rispetto ai trattati precedenti. Il testo finale potrebbe chiamarsi Trattato Fondamentale, piuttosto che Costituzione, e le sue linee generali potrebbero essere discusse in via preliminare già a margine del G8, che si terrà quest’anno ai primi di giugno, per poi venir presentate ai partner e, se ci sarà consenso sufficiente, al Consiglio Europeo di fine presidenza.

Nelle intenzioni (o meglio, negli auspici) di Berlino, il nuovo testo dovrebbe essere finalizzato nel corso di una breve Conferenza Intergovernativa da aprire e chiudere durante il successivo semestre portoghese, lasciando poi un buon anno per le ratifiche nazionali, e permettendo così di andare al voto per il rinnovo del Parlamento europeo nel giugno 2009 con il testo già in cascina. A quel punto, le elezioni diventerebbero anche una sorta di implicita consultazione ex post, ma non un referendum rischiosissimo e, comunque, quasi irrealizzabile.

Si tratta di un piano molto ambizioso e, soprattutto, molto ottimistico: l’idea di riuscire in pochi mesi a recuperare il lavoro di oltre due anni di negoziati (e altri due di paralisi) appare infatti quasi irrealistica, nel clima attuale. Ma potrebbe invece essere la sola a poter ancora salvare l’accordo politico sottoscritto nel 2004 prima che sia definitivamente travolto dai diversi calendari e umori elettorali di ben 27 paesi.