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Medio Oriente

Gli instabili equilibri del Libano

12 Dic 2006 - Carlo Calia - Carlo Calia

Negli anni Venti i Maroniti insistettero ed ottennero da una riluttante Francia che il nuovo Libano fosse allargato il più possibile, raggiungendo dei confini forse geograficamente coerenti, ma che includevano in essi una parte musulmana di variopinta composizione. Quest’ultima veniva così a costituire, nella nuova entità, metà della popolazione. Da allora il paese ha progredito tra alti e bassi, ma sempre con il pericolo di una sua esplosione interna Infatti gli eventi della regione, in eterno e violento subbuglio, si riflettono sempre e fortemente sulla parte musulmana della popolazione libanese.

In effetti il Libano è ben situato nel Mediterraneo, gode di un buon clima e di una popolazione intelligente ed attiva. Negli intervalli di pace prospera rapidamente, ma ricade regolarmente in crisi mortali. Il movimento nazionalista arabo e lo scontro tra arabi ed israeliani hanno portato nel 1975 ad una guerra civile libanese di tale intensità e durata da comportare la distruzione quasi completa della capitale e di buona parte del paese. L’accordo regionale che ne ha sancito la fine nel 1989 a Taef, in Arabia Saudita, la ricostituzione dello Stato e la ricostruzione del paese negli anni Novanta, sono eventi che hanno del miracoloso. Ma adesso la nuova ondata religiosa islamica di cui è preda il Medio Oriente e il conseguente militarismo israeliano hanno nuovamente investito il Libano.

Le parti in conflitto
Quando al termine dell’estate ha avuto fine l’attacco israeliano, con la Risoluzione 1701 dell’Onu, il dilemma era se gli Hezbollah si fossero rafforzati in Libano con il prestigio della loro resistenza a Tsahal, oppure indeboliti in conseguenza delle perdite umane e della entità delle distruzioni subite dal paese a causa di uno scontro originato da una loro azione. La risposta adesso è certa. Gli Hezbollah sono più forti di prima e hanno deciso di esercitare un’azione di fondo per ottenere la registrazione in campo politico di questa nuova situazione.

Da anni i musulmani sciiti, 30% della popolazione libanese, aumentano demograficamente e vedono migliorare la loro posizione sociale e politica. Ma è solo dopo avere resistito con successo agli israeliani, nella battaglia dell’agosto scorso, che gli Hezbollah sono divenuti i leader assoluti della loro comunità. Nelle manifestazioni che hanno avuto luogo dopo la morte di Hariri, la parte antisiriana della popolazione libanese metteva in campo ben oltre un milione di persone. Mentre i filo-siriani Hezbollah, nella loro azione di larvato contenimento di questo movimento, non riunivano in piazza più di mezzo milione. Adesso essi non sembrano avere difficoltà a superare ampiamente questa cifra, a mantenere mobilitate centinaia di migliaia di persone per giorni e giorni, a paralizzare la vita economica del paese con degli scioperi che pochi osano non rispettare.

Nel valutare questo fenomeno bisogna ricordare che il Libano ha una popolazione di circa quattro milioni di persone e che, d’altra parte, il sistema politico ed elettorale è ingabbiato in un complicato meccanismo di voto su base religiosa, vincolato a dei censimenti effettuati oltre quaranta anni fa. In altre parole, nel caso libanese questi movimenti di piazza danno una indicazione delle forze in campo probabilmente più vicina alla realtà di quella fornita dai meccanismi costituzionali formali. Tuttavia il rafforzamento degli Hezbollah non è sufficiente a spiegare un incremento così grande delle forze che si oppongono al governo Siniora. Infatti a questo evento si è aggiunto un altro cambiamento fondamentale.

I cristiani, in particolare il nucleo principale di essi, i Maroniti, non sono più massicciamente schierati dal medesimo lato, ma si sono fratturati, con la fazione diretta dal Generale Aoun sorprendentemente schierata dal lato degli Hezbollah. Questo dato non è stato alterato nemmeno dall’uccisione dello stimato ministro, Gemayel, membro importante del governo Siniora e appartenente a una delle più importanti famiglie politiche maronite. Aoun vuole diventare Presidente della Repubblica, un posto riservato ad una personalità maronita, e con Siniora sono schierati i più importanti rivali cristiani di questo progetto. Ma Aoun è stato il leader massimo delle battaglie antisiriane in Libano negli anni Ottanta, con decine di migliaia di morti e feriti. Come è allora possibile che la sua “truppa” lo segua ora in questa sorprendente giravolta che la unisce alla fazione pro-siriana?

Cambiano gli equilibri storici
L’ambizione personale di Aoun deve essere collegata ai diffusissimi risentimenti dei Maroniti per l’aumento sproporzionato del potere dei musulmani sunniti, durante il lungo dominio, nel decennio precedente, dell’abile, energico e ricchissimo Hariri. Tenuto conto di questo dato, una parte rilevante dei Maroniti ha evidentemente deciso che era conveniente rivoltare gli storici equilibri tra i principali gruppi religiosi in cui è diviso il paese e tentare la strada dell’alleanza con gli sciiti. Più primitivi, certo, ma con crescente potere e diretti da un capo di grande prestigio e di ormai comprovate capacità politiche. Perciò Aoun può, a questo punto, appoggiare la richiesta degli Hezbollah di un governo di nuovi equilibri o di nuove elezioni.

Non è facile collegare questo sviluppo politico con il desiderio dei libanesi, persistente e largamente maggioritario, di impedire un ritorno del predominio siriano sul loro paese. D’altra parte questo sentimento è bilanciato da un nuovo fenomeno, l’esistenza dopo l’ultimo conflitto di un profondo furore anti-israeliano e quindi l’aumento generale dei sentimenti anti-americani. I dimostranti contro il governo agitano cartelli con delle immagini di bambini uccisi e palazzi distrutti, sotto i quali è scritto: “non ricordi che le bombe lanciate contro il Libano erano bombe americane ?” Di fronte ad essi anche Seniora ed i suoi alleati non possono evitare dei sentimenti di disagio politico e personale.

I grandi cambiamenti politici si accompagnano spesso a contraddittorie posizioni, che trovano poi nuove sintesi successive. Ed è chiaro che in Libano siamo di fronte a una fase di grandi cambiamenti. Sia che il governo del competente Siniora trovi una formula per proseguire il suo lavoro, sia che l’azione in corso finisca per provocare il suo collasso e nuove elezioni, le quali non potranno non registrare il diverso quadro politico.

Una nuova guerra civile?
Il corpo di spedizione delle Nazioni Unite, e i soldati italiani al centro di esso, osservano da lontano questi grandi sussulti politici. Alcuni commentatori agitano lo spettro di una nuova guerra civile. Di essa, per la verità non si vedono i segni. Nashrallah avanza richieste di cambiamenti importanti e usa termini minacciosi nel condannare gli israeliani, gli americani e lo stesso Siniora. Ma precisa che mai gli Hezbollah useranno le loro armi contro i fratelli libanesi. Le masse di dimostranti anti-governativi sventolano rigorosamente solo bandiere libanesi. Tenuto conto, inoltre, della vastità dei movimenti di piazza, la mancanza quasi totale di episodi di danni gravi alle persone o cose, fino ad ora un solo incidente mortale, è un dato significativo. La guerra civile degli anni Settanta e Ottanta, centinaia di migliaia di vittime, 100.000 invalidi, 400.000 emigrati, hanno evidentemente vaccinato la società libanese contro questo pericolo.

E poi, sarebbe un nuova guerra civile in Libano di interesse per qualcuno degli attori regionali? Una diversa collocazione del paese nel quadro politico della regione sarebbe per loro più conveniente. Forse nemmeno l’Iran sarebbe disposto, in questo momento, ad aprire un altro conflitto armato in Medio Oriente. In Libano, invero, si temono piuttosto le reazioni israeliane di fronte a delle modifiche sostanziali degli equilibri politici del paese. Comprensibilmente, dati gli eventi di agosto. Attualmente, però, Olmert registra con timore i cambiamenti in corso, in relazione al Medio Oriente, nel panorama politico statunitense e non sembra molto propenso a nuove azioni di forza.