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Politica estera

Missioni di pace all’estero: un tema per l’Europa

21 Nov 2006 - Maria Teresa Salvemini - Maria Teresa Salvemini

Le forze politiche che, all’interno della maggioranza, si oppongono al rifinanziamento di alcune missioni militari italiane all’estero stanno già aprendo le ostilità. Il problema viene perciò visto attraverso una lente rigorosamente nazionale, il che finisce per farne una manifestazione di favore per un’idea di Europa rigorosamente limitata alle sue funzioni di mercato unico, e priva di ruolo nella politica mondiale.Nel campo della missioni all’estero, invece, sta emergendo una oggettiva esigenza di politica comune europea, sotto due aspetti diversi ma strettamente collegati tra loro: quello della scelta delle aree in cui intervenire, e quello del reperimento delle risorse finanziarie necessarie.

Etichetta europea
Appare sempre più necessario dare un’etichetta europea a questi interventi, per ora condotti da singoli paesi o da piccole coalizioni, sia per trarne il massimo beneficio dal punto di vista dei risultati, sia per definire il ruolo politico dell’Europa nella politica estera mondiale.

Un modo diretto per dare questa etichetta è quello di definire un meccanismo di finanziamento, collegato a una procedura decisionale chiara e nella quale risultino coinvolte le istituzioni europee (Consiglio, Commissione e Parlamento). Governi e Parlamenti nazionali dovrebbero approvare il sistema, ma poi non dovrebbero essere più coinvolti nelle singole decisioni. Dovrebbe far parte del sistema uno schema di finanziamento multilaterale obbligatorio per tutti i paesi membri. Una politica comune in questo settore non può infatti esistere se di volta in volta occorre definire metodi di accordo, ripartizione di compiti e di responsabilità, poteri di controllo, procedure di verifica e di riesame, e così via. Non ci sembra peraltro che oggi abbia molta forza persuasiva una difesa della sovranità e dei poteri di decisione da parte dei singoli Paesi, in un contesto mondiale sempre più complesso e preoccupante.

La ripartizione del finanziamento dovrebbe avvenire con una stretta proporzionalità alla forza economica del singolo paese. Non deve aver nulla a che fare con il bilancio del dare e dell’avere dei singoli Stati. Ogni paese deve essere lasciato libero di decidere se questo trasferimento di risorse all’Unione deve avvenire con una pari riduzione di altre voci di spesa per la Difesa, o se lasciarle invariate.

Dovrebbe scegliersi se effettuare il trasferimento volta per volta, seguendo l’avvio e poi lo svolgimento della singola missione, o se non si debba prevedere un plafond annuale di spesa. In ambedue i casi, il passaggio attraverso il Bilancio dell’Unione deve essere reso coerente con il fatto che i confini di questo sono stati già definiti, fino al 2013, nelle Prospettive Finanziarie. Non ci sembra un problema irresolubile e in futuro si potrà certamente decidere che questa voce di spesa, assieme ai trasferimenti in entrata, venga inserita nel bilancio Ue.

Quanto ai bilanci degli Stati, è evidente che si tratta di un aggravio per gli Stati che finora si sono comportati da free rider, ma di un minor onere per quelli che più generosamente, o forse solo con maggiore lucidità politica, hanno sopportato finora questi costi. L’argomento può essere affrontato solo se si è d’accordo sul fare avanzare il processo di creazione di una nuova e più desiderabile Europa.

Calcoli complessi
Fissata la chiave di ripartizione, si deve stabilire a chi spetta fare il calcolo dei costi del singolo intervento, o la proposta di fissazione del plafond annuale (un calcolo peraltro difficile, quest’ultimo, e per il quale è bene prevedere procedure di adeguamento, al momento del bisogno). Si può pensare alla Commissione, o alla giovane Agenzia per la Difesa.. In ogni caso, non si ha nessun incremento dei compiti di gestione della spesa da parte delle istituzioni europee, ma solo una attribuzione di poteri di regolamentazione.

Certo, si può obbiettare che si tratta di calcoli difficili trattandosi di quantificazioni di costi di missioni ogni volta diverse, ogni volta nuove. Ma questa difficoltà vale anche per i bilanci nazionali, solo che qui la specifica voce di finanziamento può essere – e certamente viene – integrata da spese che vengono classificate tra le spese “generali” della Difesa.

Del resto, una delle capacità proprie e sperimentate delle istituzioni europee è quella aiutare a migliorare i comportamenti amministrativi: in questo caso si tratta di cercare principi di contabilità adeguati al problema e farli applicare in tutti i paesi, facendo chiarezza in un settore che non brilla per trasparenza e per capacità di ottenere risultati al costo minore.

Il compito di avviare un’istruttoria sul tema di una “Politica europea delle missioni di pace” forse potrebbe essere dato al Comitato dei Capi di Stato Maggiore della Difesa, per la sua natura di organo strettamente tecnico, oppure all’agenzia Europea per la Difesa. In ambedue i casi sarebbe utile un’integrazione con economisti e esperti di contabilità pubblica.