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Cina e Africa

L’aumento degli scambi rafforza gli squilibri strutturali

16 Nov 2006 - Andrea Goldstein, Nicolas Pinaud, Helmut Reisen - Andrea Goldstein, Nicolas Pinaud, Helmut Reisen

Quest’anno, Babbo Natale in Africa avrà le sembianze di un cinese. Questa è, almeno, l’impressione che rimane alla conclusione del terzo vertice sino-africano di Pechino e alla lettura della lista, sicuramente impressionante, degli impegni assunti dalla Cina nei confronti del continente (cancellazione del debito, aiuto allo sviluppo, investimenti, ecc). Tuttavia, secondo uno studio recente del Centro di Sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse), le conseguenze di lungo periodo di una rinforzata presenza cinese in Africa potrebbero comportare effetti più ambivalenti di quanto appaia a prima vista.

Salgono i prezzi delle materie prime
Evidentemente, l’Africa non sembra aver nulla di cui lamentarsi a proposito del miracolo cinese. Nella misura in cui esso contribuisce all’aumento del prezzo delle materie prime non agricole, in particolare dei minerali e degli idrocarburi, lo sviluppo della Cina gioca infatti un ruolo indubbiamente importante nel miglioramento dei termini di scambio africani registrato a partire dal 2000 e nella buona performance economica del continente durante gli ultimi quattro anni (più di 4% di crescita del Pil fra 2001 e 2005).

Se questo miglioramento dovesse essere confermato, costituirebbe un’inversione di rotta rispetto all’erosione dei prezzi delle materie prime e dei rapporti di scambio sfavorevoli di cui l’Africa ha sofferto durante gli ultimi quarant’anni. Basti pensare che il valore delle esportazioni africane verso la Cina si è moltiplicato per dodici fra il 1999 e il 2005. La Cina ha soppiantato i paesi industrializzati come principale partner commerciale di paesi come il Sudan, il Congo o l’Angola. E mentre rappresentava soltanto l’1% delle esportazioni africane nel 1995, la Cina pesa oggi per il 6% (21 miliardi di dollari, pari a 16,45 miliardi di euro).

Nella direzione opposta, l’Africa ha iniziato ad importare in maniera massiccia della Cina (18 miliardi di dollari, pari a 14,1 miliardi di euro nel 2005), soprattutto beni di largo consumo poco costosi e, in misura minore, apparecchiature e macchinari che, oltre ad essere più economici, sono spesso più adatti al contesto locale di quelli prodotti in Occidente.

A questa intensificazione del commercio bilaterale (triplicato tra il 2001 e il 2005) si è accompagnata un’offensiva diplomatica a tutto campo che si sostanzia nell’assegnazione da parte della Cina di finanziamenti senza condizionalità e nell’esecuzione quasi “chiavi-in-mano” di progetti di sviluppo. Infine, gli investimenti cinesi in Africa (250 milioni di dollari nel 2004, 195,9 miliardi di euro, un incremento del 327% tra il 2003 e il 2004) sono ben lungi dal limitarsi esclusivamente all’industria estrattiva. Facile capire allora il potere seduttivo che la Cina esercita in Africa.

Fenomeno da interpretare
Bisogna tuttavia allarmarsi? Non è necessario tornare in questa sede sul carattere agnostico (alcuni lo definiscono pragmatico) dell’approccio cinese per quanto riguarda il buon governo, e che si traduce in una neutralità sovente evocata e spesso denunciata. Ci si limiterà piuttosto a evocare alcuni elementi di analisi fattuale.

Se non ci si può che rallegrare del fatto che il vento sia girato per gli esportatori africani di materie prime non agricole, niente garantisce che questa manna venga usata in maniera prudente per preparare il futuro e, in particolare, per diversificare la base produttiva. Le cassandre saranno persino disposte ad attendersi il peggio, evocando la maledizione che conduce molti paesi africani ricchi in materie prime a cadere nell’instabilità politica e nella corruzione generalizzata. Tuttavia, nella spartizione dei frutti della crescita mondiale, ci si dimentica troppo spesso che un buon numero di paesi africani, importatori netti di petrolio ed esportatori di prodotti agricoli dal prezzo in declino, nella migliore delle ipotesi dovranno accontentarsi di una porzione a dir poco esigua. In realtà, l’intensificazione degli scambi con la Cina lascia del tutto inevasa la domanda riguardante la diversificazione delle economie africane: infatti, la struttura delle loro esportazioni verso la Cina (composte in gran parte da materie prime non agricole) rispecchia quasi esattamente quella verso i paesi dell’Ocse. Ancor peggio, quelle poche finestre che si erano socchiuse negli ultimi anni in materia di diversificazione sembrano richiudersi gradualmente.

Grazie a dispositivi commerciali preferenziali, come l’Agoa americana, e all’accordo multifibre (Mfa), alcuni paesi dell’Africa australe e orientale avevano infatti iniziato a sviluppare l’industria della confezione. Tuttavia, lo smantellamento del Mfa nel gennaio 2005 tende a erodere i vantaggi di cui godevano sui mercati americani ed europei, vanificando così anni di sforzi per attrarre gli investitori stranieri (asiatici in particolare). Parallelamente, i produttori africani di vestiti (per non citare che loro) vedono i propri mercati interni sommersi dai prodotti cinesi. Certo, il consumatore africano è quello che più ci guadagna – a patto che non sia egli stesso un salariato di un’azienda locale di abbigliamento!

Non è, dunque, tutto rose e fiori. Ma l’impatto del miracolo cinese in Africa può essere positivo se le élites africane riusciranno a cogliere i frutti della rendita delle materie prime per diversificare il tessuto produttivo, ottenere delle contropartite industriali agli investimenti cinesi nell’estrazione dei minerali e del petrolio, o negoziare intelligentemente un’apertura del mercato agricolo cinese, ancora molto protetto. In altre parole, molto dipenderà dalla capacità delle economie africane di adattarsi e riformarsi per cogliere le occasioni offerte dalla Cina, evitando al contempo le trappole poste dalla sua onnipresenza sul continente.