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Medio Oriente

La Siria gioca la carta della pace regionale

21 Nov 2006 - Lorenzo Trombetta - Lorenzo Trombetta

A Damasco, in Siria, l’ambasciata libica è poco distante da quella americana e da quella del nuovo Iraq post-Saddam. Nel viale alberato di Abrummane, in uno dei quartieri più eleganti della capitale siriana, la facciata della sede della Jamahiriyya libica non mostra più le foto dei bombardamenti americani di Tripoli degli anni ’80, né compaiono più gli slogan anti-Washington che per anni ornavano il muro d’ingresso dell’ambasciata. Poco più in alto, l’edificio della rappresentanza diplomatica irachena mostra le sue mura bianche di fronte a quelle del fortino dell’ambasciata Usa. L’atmosfera che si respira in questo viale può aiutare a comprendere quella che invece domina nei circoli politici di Damasco e Washington.

Vicini a una svolta
La Siria di Bashar al-Asad è infatti da tempo sospesa tra un’opzione libica e una irachena: consegnare le chiavi del paese a Stati Uniti e potenze europee in cambio della sopravvivenza del regime come ha scelto di fare il colonnello Gheddafi, oppure proseguire la propria politica di confronto con la Casa Bianca e col suo alleato Israele rischiando di perdere il potere esponendo il paese a periodi di violenze e instabilità. Nelle ultime settimane però si sono registrati importanti segnali di cambiamento sia da parte dei vertici di Damasco, sia da parte delle dirigenze politiche di Washington e Londra. Per il momento solo timide aperture, ma osservatori locali non escludono che queste potrebbero annunciare la fine di una stagione estremamente difficile per il potere degli al-Asad.

Dalla seconda metà del 2002, il regime siriano è precipitato in un profondo isolamento internazionale e regionale, con punte di crisi registratesi durante e dopo la caduta dell’Iraq di Saddam nella primavera del 2003, dopo l’approvazione della risoluzione 1559 sul Libano dell’autunno 2004 e in seguito all’assassinio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri nel febbraio successivo.

Privato degli importanti guadagni derivanti dalla vendita del greggio iracheno, che fino al 2003 acquistava a basso costo dai colonnelli del regime di Baghdad, e senza più la capacità di influenzare gli affari politici interni del paese dei Cedri (il ritiro delle truppe siriane dal Libano è avvenuto definitivamente nell’aprile 2005), Bashar al-Asad è rimasto a capo di un sistema sempre più ripiegato su se stesso, accusato da Stati Uniti ed Europa di fomentare il “terrorismo internazionale” sia in Iraq che in Palestina.

Lo scorso 14 novembre, il quotidiano governativo ‘Tishrin’ rompeva gli indugi e annunciava: “La Siria è pronta al dialogo con gli Stati Uniti in nome della sicurezza e della stabilità della regione e per arrivare a una pace giusta e globale”. Parole analoghe erano state pronunciate due giorni prima dal ministro degli Esteri di Damasco, Walid al-Mu‘allim, in visita ufficiale al Cairo: “Siamo pronti a parlare con Washington per portare stabilità in Medio Oriente. Sosteniamo il processo politico in Iraq e ci opponiamo alla strategia terrorista nel paese a noi vicino”.

Il 6 di novembre, ancora il responsabile della diplomazia siriana annunciava la disponibilità del proprio governo a riprendere i negoziati con Israele nel 2007 “per risolvere la questione in modo equo e globale. (…) Rifiutiamo – diceva Mu‘allim – la logica della violenza e proponiamo agli israeliani di sederci quanto prima attorno a un tavolo”. Quindi, il ministro degli Esteri iniziava a scoprire le carte: “Sotto le direttive del presidente al-Asad, abbiamo avviato una campagna diplomatica alle Nazioni Unite e abbiamo intensificato i contatti con i paesi europei per allargare questa ristretta prospettiva di pace”.

Segnali di apertura
In effetti, da settembre anche da Londra e Washington erano giunti segnali d’apertura verso Damasco. Come riferiva il New York Times lo scorso 18 novembre, l’ex segretario di Stato americano James Baker, incaricato assieme all’ex deputato democratico Lee H. Hamilton dall’amministrazione Bush di trovare una soluzione alla crisi irachena, incontrava negli Stati Uniti il ministro Mu‘allim e rivolgeva a quest’ultimo la domanda cruciale: “Cosa vuole la Siria per aiutarci in Iraq?”. Nelle settimane successive, l’Iraq Study Group di Baker e Hamilton incontrava altre volte l’ambasciatore siriano a Washington valutando concrete possibilità di cooperazione tra i due paesi. Dal 2003, gli Stati Uniti avevano congelato le relazioni con la Siria ritirando il proprio ambasciatore e vietando contatti di alto livello con le autorità di Damasco. Ora invece, canali d’apertura vengono aperti persino col principale alleato regionale di al-Asad, nonché altro paese in grado di influire sugli affari iracheni, l’Iran.

All’iniziativa americana si affiancava anche il Foreign Office di Londra. Il 31 ottobre atterrava a Damasco, anche in questo caso dopo anni di gelo tra i due paesi, l’inviato speciale del premier Blair, Sir Nigel Sheinwald, per incontrare il raìs al-Asad. Secondo il quotidiano al-Hayat del 2 novembre, il rappresentante britannico avrebbe rivolto ai siriani quattro richieste principali: 1) sostegno al governo iracheno guidato da Nuri al-Maliki; 2) appoggio all’esecutivo di unità nazionale palestinese Hamas-Fath e cessazione del sostegno alle formazioni più radicali della resistenza palestinese; 3) impegno nel far rispettare la risoluzione 1701 sul sud del Libano e nel sostenere il governo presieduto di Fu’ad Sinora; 4) intercedere presso l’Iran per convincere Teheran ad adottare una politica più conciliatoria sulla questione del nucleare.

Di fatto, le richieste di Sheinwald non sotto affatto diverse da quelle che nel maggio 2003 l’allora segretario di Stato Usa, Colin Powell, rivolse allo stesso Bashar al-Asad: sostegno in Iraq, cessazione dell’influenza siriana in Libano, arresto dell’appoggio al “terrorismo palestinese”. Tre anni fa però gli Stati Uniti erano in una posizione di maggior forza e preferirono offrire alla Siria più bastoni che carote. Oggi, con l’Iraq nel caos, con l’opposizione prosiriana in Libano rafforzata dalla ‘Vittoria di Dio’ del Partito di Dio di Hasan Nasrallah e con una piazza palestinese lontana dall’esser domata dalla debole politica israeliana, il regime di Damasco appare alle cancellerie europee e nordamericane come uno dei due “pompieri” in grado di spengere l’incendio mediorientale. Il primo ministro britannico esplicitava questa scelta lo scorso 12 ottobre: “Per fare la pace nella regione – affermava a Londra – servono sia la Siria che l’Iran”.

Nuovo ruolo di Damasco
Le “carote” che Stati Uniti e Gran Bretagna potrebbero aver già offerto a Damasco riguarderebbero tutti gli scenari in cui la Siria gioca da sempre le sue carte. In Iraq si potrebbe definire presto un calendario del ritiro delle truppe di occupazione, con la possibilità non remota che “caschi verdi” di Damasco possano entrare a “pacificare” le zone sunnite più difficili da controllare.

Nei territori palestinesi, il governo multicolore Hamas-Fath del tecnocrate Muhammad Shbeir dovrebbe intraprendere una strategia più pragmatica e meno radicale, arrivando a un graduale riconoscimento dello Stato ebraico anche da parte delle fazioni più radicali.

In Libano, l’influenza siriana potrebbe tornare ad aumentare, senza il dispiegamento delle divise e dei servizi di sicurezza come in passato, a discapito dei sogni di nuove “primavere” di Beirut. Il presidente siriano, secondo quanto assicurano autorevoli fonti diplomatiche britanniche a Beirut, avrebbe anche avuto l’assicurazione di non vedere il proprio nome e quelli dei suoi più fedeli colonnelli iscritti nella lista degli imputati che si dovranno presentare alla sbarra del tribunale internazionale sull’omicidio Hariri.

Nella questione diretta con Israele, Bashar al-Asad avrebbe chiesto di ottenere la restituzione delle Alture del Golan, antico obiettivo politico del padre Hafez. Non tanto per un’esigenza strategica, quanto per una necessità di legittimare il proprio potere all’interno del paese, fino ad oggi conservato grazie alla soppressione dei diritti fondamentali della propria gente.

Per il momento si tratta solo di ipotesi, alcune delle quali sono però state di recente confermate da prese di posizioni siriane: nella sua prima visita a Baghdad, il 19 e 20 novembre scorsi, il ministro Mu’allim ha assicurato che “la Siria sosterrà il governo di Maliki”, che “s’impegnerà per la stabilità dell’Iraq e per la cessazione degli atti terroristici”, chiedendo in cambio la “definizione del calendario del ritiro delle truppe anglo-americane dal paese”. Una settimana prima, Abu Marzuq, vice segretario politico di Hamas in esilio proprio a Damasco, benediceva l’avvento del prossimo governo di unità nazionale palestinese di Shbeir. Per quanto riguarda l’evoluzione politica del paese dei Cedri, non si registra ancora alcuna soluzione politica e l’opposizione prosiriana sembra mantenere un profilo di estrema rigidità nei confronti del governo Siniora. Osservatori locali affermano a Beirut che, la questione libanese, così legata alla sopravvivenza dell’ala armata di Hezbollah, non è nelle mani della Siria bensì dell’Iran e che, quindi, le chiavi della crisi non sono da cercare a Damasco bensì a Tehran.

In ogni caso, tornando a passeggiare nel viale alberato di Abrummane, si ha oggi l’impressione che Damasco si voglia avviare verso un’opzione libica e che il regime di Bashar sia disposto nel medio termine a fare importanti concessioni, in cambio della sua sopravvivenza come minipotenza regionale all’ombra dei due giganti, Israele e Iran.