IAI
Elezioni mid-term Usa

Bush ha perso, ma chi ha vinto?

8 Nov 2006 - Enrico Sassoon - Enrico Sassoon

Comunque vada a concludersi la corsa finale negli Stati rimasti in bilico, Bush e il partito repubblicano hanno perso queste elezioni, che più che di mezzo termine sono state una prova generale delle elezioni presidenziali del 2008. Ma se i Repubblicani hanno perso, i Democratici hanno vinto?

La conta dei voti e la conquista democratica della Camera, se non addirittura del Senato quando sarà possibile confermarlo, segnano la fine del sogno neo-conservatore di dominare la scena politica Usa per i prossimi anni, o addirittura decenni. Scontato rilevare, in politica estera, la débacle del presidente in Iraq, le paure degli americani per una ricaduta dell’Afghanistan in campo nemico, la strisciante presenza del terrorismo islamico e la minaccia della bomba iraniana e di quella nordcoreana.

L’economia non ha pesato altrettanto nello spostare i voti: certo, in questi mesi non brilla, ma malgrado qualche timore di inflazione, la perdurante debolezza del dollaro e l’incomprimibile deficit commerciale, sono tuttora scarsi i segnali negativi e le imprese riescono ancora a creare posti di lavoro.

Sulle istanze sociali, poi, non è chiaro cosa abbia giovato a chi. Sull’aborto, i matrimoni gay, il salario minimo e gli immigrati le riposte degli elettori hanno mostrato, nei diversi Stati, una estrema variabilità. Ma non c’è dubbio che su questi temi i Democratici dovranno riuscire a creare una linea di consenso che i Repubblicani non hanno saputo esprimere. Ma anche in campo democratico le idee, sulle questioni fondamentali, restano alquanto confuse.

Bush adieu, dunque, anche se solo tra due anni. In questo periodo i Democratici dovranno dimostrare di essere qualcosa di più di una forza di opposizione e tirare fuori qualche idea vincente, innanzitutto in politica internazionale, e poi per rilanciare economia e società.

E non sarà solo un problema di idee e programmi, ma anche di figure carismatiche e rappresentative. A guardare indietro alle elezioni del 2004 sembra quasi che, a causa dello scarto infimo dei voti, Kerry potesse veramente costituire l’alternativa. Ma nei fatti, si era imposto di misura agli altri candidati democratici, in una gara che non aveva emozionato l’America.

Chi sono oggi gli eroi democratici? È riproponibile un John Kerry o un Al Gore? È il momento di un outsider come Joseph Lieberman? È l’ora di una donna, come Hillary Clinton o Nancy Pelosi? L’America liberal e democratica ha combattuto, negli ultimi due anni, solo battaglie di retroguardia e di rincalzo: potrebbero bastare per detronizzare Bush, ma non per rassicurare l’America e i suoi alleati.

All’estero si guarda al futuro avvicendamento con sentimenti contrastanti. L’Europa divisa e ambigua è sbilanciata su una presidenza democratica, ma spera che abbia la forza di decidere che è più propria dei repubblicani. Il Medio Oriente a sua volta diviso attende la soluzione del drammatico puzzle iracheno, ma anche dell’infinito pasticcio israelo-palestinese e teme che all’interventismo dei neocon si sostituisca un vuoto di potere ancora più rischioso. Resta, poi, aperta la partita nordcoreana, mentre sembra prendere corpo un nuovo fronte anti-Usa in America Latina.

Il trio Bush-Cheney-Rumsfeld ha deluso le aspettative in America e fuori, ma chi verrà dopo dovrà dimostrare di sapere fare di meglio. E per ora non si vede chi lo potrà fare.