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Il vertice Nato di Riga

Alleanza in coma?

23 Nov 2006 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Il vertice atlantico di Riga non sembra destinato a fare notizia. Anche solo una rapida scorsa ai temi in discussione e alle decisioni più probabili mostra con chiarezza come lo spostamento di tanti Capi di Stato e di Governo abbia più che altro uno scopo cerimoniale. Al meglio, questo spettacolo di alto livello potrà forse servire a rassicurare le Repubbliche baltiche, sottoposte a crescenti pressioni politiche e militari da parte di Mosca, circa la solidarietà alleata. Pochi fatti purtroppo, ma in compenso molti simboli. Si fa quel che si può.

Senza una chiara strategia
Il problema della Nato è nella progressiva diminuzione della solidarietà e della coesione politica tra gli alleati. Per carità, l’Alleanza ha funzionato ancora bene nei Balcani, ha assunto gravose responsabilità collettive in Afghanistan e ha svolto un fondamentale ruolo di stabilizzazione in Europa, dopo il crollo del blocco comunista. Tuttavia non ha elaborato una nuova strategia, non ha trovato una sua nuova ragion d’essere sufficientemente forte e convincente da coagulare il consenso e l’impegno di tutti gli alleati, vecchi e nuovi.

Ha funzionato, in qualche modo, la struttura militare, sia pure senza elaborare un nuovo concetto strategico (di cui pure si sente il bisogno), riuscendo comunque a fornire il sostrato tecnico essenziale per consentire la conduzione di complesse operazione multilaterali, in ambito Nato o anche al di fuori di esso. Ma tale struttura è oggi vista sempre più comunemente come una sorta di patrimonio tecnico comune (gli americani parlano di “cassetta degli strumenti”, toolbox) da cui trarre di volta in volta i pezzi necessari: naturalmente, perché questi “pezzi” siano efficaci è necessario tenerli in buono stato di servizio, oliarli, ammodernarli, aggiungere di tanto in tanto qualche nuovo gadget, eccetera, ma le decisioni vengono prese altrove, da chi decide quali pezzi vuole usare, non da chi tiene in ordine il magazzino.

In parte questa è una conseguenza dell’unilateralismo americano, e potrebbe quindi evolvere nei prossimi anni se, come sembra dal risultato delle elezioni statunitensi del 7 novembre scorso, l’era dei neocon è ormai alla fine. Ma a parte il fatto che certe ferite non si sanano così facilmente o rapidamente, rimane anche il problema che comunque l’Alleanza Atlantica, americani o meno, non sembra avere una chiara idea del suo ruolo futuro.

In altri termini, la Nato, organizzazione militare, continua a esistere, ma il Consiglio Atlantico, l’anima politica dell’Alleanza, è invece del tutto marginale rispetto alle grandi decisioni globali di sicurezza. Basta pensare al fatto che a Riga molto probabilmente non si parlerà a fondo del nuovo ruolo strategico della Russia, che pure resta il maggior possibile competitore dell’Alleanza in Europa (chi si ricorda dell’articolo V?). Ed è difficile immaginare che in quella sede si riuscirà a innovare profondamente la missione collettiva in atto in Afghanistan, che pure avrebbe bisogno di una forte nuova iniziativa, sia nel Paese che internazionale (ad esempio nei confronti del Pakistan). E poiché, sul piano militare, assistiamo ad un forte ridimensionamento della presenza e del ruolo militare americano in Europa, è possibile immaginare che, senza un mutamento drastico di quadro politico, anche quello che oggi continua a funzionare lentamente scompaia.

Visioni contrastanti
Nessuno è contento di questa crisi. Certamente non lo sono gli europei che, con una Nato sempre meno credibile, si trovano di fronte al dilemma di cosa fare da soli: se cioè sono pronti ad assumersi tutte quelle maggiori responsabilità e spese che un allontanamento degli americani e una crisi della Nato comporterebbero. Il problema degli europei non è molto diverso da quello dell’Alleanza nel suo complesso: anch’essi non sanno bene cosa fare. Si impegnano in un numero crescente di missioni di pace e gestione delle crisi, corrono rischi sempre più alti, ma non hanno una visione collettiva coerente di queste loro iniziative e soprattutto non hanno la certezza di una solida copertura strategica (autonoma o americana che sia).

Né la situazione piace agli americani, sia perché nel nuovo quadro globale della sicurezza hanno un bisogno assoluto e crescente di alleati affidabili e credibili (come solo gli europei e pochissimi altri possono essere), sia perché temono che in questa situazione, prima o poi, gli europei, volenti o nolenti, saranno costretti ad assumere una personalità e un ruolo autonomo più pronunciato. E queste cose si sa come cominciano, ma non come finiscono.

Tuttavia, malgrado vi sia una consapevolezza diffusa del problema, nessuno sembra ancora realmente pronto a provi riparo. Riemerge in alcuni l’idea di una profonda riforma delle strutture dell’Alleanza, esemplificata dalla proposta di nominare un Comandante in Capo Militare europeo e non più americano, e un Segretario Generale americano, per affidare più esplicitamente agli europei la responsabilità del loro nuovo ruolo globale e rinverdire l’aspetto politico del legame atlantico.

Altri puntano ad un rilancio del Consiglio Atlantico, condizionato ovviamente ad una maggiore disponibilità americana a coinvolgere gli alleati nella effettiva presa delle decisioni (cosa, a dire il vero, difficile da immaginare, visto il crescente interesse di Washington per l’Asia e il Pacifico, più che per l’Europa).

Altri, ancora, meno credibilmente, vorrebbero invece puntare ad un progressivo incremento delle missioni alleate ovunque ce ne sia bisogno, dall’Africa alla protezione delle rotte dell’energia, eccetera, ma devono fare i conti con la scarsità delle risorse e l’assenza di un solido consenso politico di fondo. Altri infine pensano che l’era della Nato così com’è sia semplicemente finita e che sia meglio ripensare l’Alleanza Atlantica come una sorta di patto bilaterale tra gli Usa e l’Ue e magari qualche altro Paese interessato a contribuire (come il Canada), ma anche questi ultimi devono fare i conti con la realtà che l’Unione Europea, anche a causa della mancata approvazione del Trattato Costituzionale, non è ancora un soggetto militare pienamente credibile.

Molta confusione dunque, durante la quale ci si contenta di vivacchiare alla giornata, con piccole decisioni più o meno parziali e impegni limitati e condizionati da parte di qualche alleato, nella speranza che avvenga qualcosa che cambi la situazione. Non c’è fretta, sembra essere l’idea, per cui non affrettiamo un dibattito per il quale non abbiamo già una soluzione chiara da proporre. Limitiamoci a limitare i danni e soprattutto “primus vivere”.

Si potrebbe anche essere d’accordo, se non ci fosse il grave rischio che, in una situazione tanto deteriorata, una eventuale crisi maggiore non abbia per effetto la rinascita della solidarietà atlantica, bensì la sua definitiva e disastrosa scomparsa. In altri termini, sembra ormai giunto il momento di prendere una decisione. Aspettare ancora significa rassegnarsi a una (sperabilmente) lenta agonia di questa alleanza.