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I nuovi secessionismi

Un problema di ‘qualità’

3 Ott 2006 - Maurizio Fortunato - Maurizio Fortunato

Gli anni novanta, dopo il crollo dell’Urss e della Jugoslavia, sono stati gli anni dei nazionalismi e secessionismi. Il trend sembrava essersi fermato dopo la fine della guerra in Bosnia, gli accordi di Dayton, l’imposizione del protettorato delle Nazioni Unite in Kosovo e la cattura di Očalan, che aveva messo a tacere le velleità del separatismo curdo. A dieci anni di distanza, un nuovo movimento centrifugo nell’arco di crisi eurasiatico si è messo in azione, dai Balcani allo spazio post-sovietico, all’area tra Turchia e Iraq (curdi). Il Montenegro si è reso indipendente nel maggio scorso; la Transnistria ha svolto un referendum (non riconosciuto dalla comunità internazionale) il 17 settembre scorso per separarsi dalla Moldova e ricongiungersi alla Russia; un referendum analogo si terrà il 12 novembre in Ossezia del Sud (Georgia). I curdi, o almeno alcuni gruppi, hanno a loro volta ripreso le armi.

Quali i motivi e i pericoli per la stabilità internazionale di questi secessionismi del XXI secolo? E quali le possibili risposte della comunità internazionale?

I processi disgregativi
I motivi principali sono due. Il primo è, semplicemente, che i processi disgregativi degli anni novanta non avevano completato il loro corso. Molti secessionismi erano stati ‘congelati’ o risolti solo in parte con soluzioni provvisorie. Questo vale per i Balcani (Montenegro, Kosovo) e per il Caucaso (Abkhazia, Sud Ossezia, Nagorno-Karabak) e la Transnistria (Moldova). Il secondo, principale motivo è l’Iraq. Quest’ultimo da un lato ha ridato fiato all’irredentismo curdo; dall’altro ha indebolito la superpotenza americana e proiettato un’immagine di vuoto di potere internazionale, che ovviamente giova all’agenda del ‘fai da te’ dei secessionismi.

Sui pericoli per la stabilità internazionale il discorso è più complesso. Non tutti i secessionismi sono in sé pericolosi. Dipende dalla ‘qualità del processo’. Il referendum in Montenegro, svoltosi con l’accordo delle due parti (Serbia e Montenegro), con regole stabilite dall’Unione Europea e con uno stretto monitoraggio delle procedure elettorali da parte dell’Osce non ha portato instabilità. Anzi è servito a definire in termini chiari i rapporti tra Serbia e Montenegro e probabilmente aiuterà anche a migliorarne i rapporti reciproci. Lo stesso potrebbe accadere con un’eventuale indipendenza del Kosovo, se gestita e monitorata dalla comunità internazionale con attenzione e in maniera tale da soddisfare le ambizioni della maggioranza albanese e rassicurare la minoranza serba (e la Serbia stessa).

Ma certamente lo stesso discorso non può valere per i separatismi post-sovietici. In questi casi, infatti, manca la ‘qualità del processo’. Il referendum in Transnistria è stato un atto unilaterale, si è svolto senza l’assenso del governo moldavo, senza regole e monitoraggio internazionali. Un identico scenario si profila per il referendum di novembre in Ossezia. Questi secessionismi ‘pro-russi’ non possono favorire la stabilità e preludono invece all’instabilità, indeboliscono ulteriormente democrazie già di per sé fragili e con enormi problemi interni (Georgia e Moldova). Appellarsi, come hanno fatto Mosca e le stesse dirigenze delle entità secessioniste, ai precedenti del Montenegro e del Kosovo non ha molto senso, perché lì i processi si sono sviluppati secondo regole condivise e internazionalmente legittime.

Sfere di influenza
La realtà è che Mosca da tempo agita la minaccia dei separatismi nelle repubbliche ex-sovietiche per mantenerle nella sua sfera di influenza. Tanto più quanto queste ultime, come nel caso della Georgia, si sono poste come obiettivo primario l’ingresso nella Nato. Il pericolo è che i secessionismi post-sovietici possano incoraggiare un effetto domino in altre zone calde. Ad esempio nei Balcani, dove i serbi di Bosnia già minacciano un referendum (nel caso venisse riconosciuta l’indipendenza del Kosovo) che rievocherebbe i fantasmi delle guerre etniche del passato. Per non parlare dei curdi sospesi tra Turchia e Iraq.

Che può fare la comunità internazionale per prevenire una nuova ondata di instabilità? C’è bisogno di un grande accordo tra i principali attori internazionali – Stati Uniti, Russia e Ue – fondato innanzitutto su un accordo sulle regole per i secessionismi. Due in particolare. La prima è che le secessioni non possono che essere una ‘last resort’: bisogna dare la precedenza alla ricerca paziente di compromessi costituzionali e alla concessione di larghe autonomie alle regioni in bilico. I costi della creazione di nuove mini-entità statuali sono spesso, e per tutti, maggiori dei benefici. La seconda regola è che, se il compromesso costituzionale fallisce, allora la separazione deve essere gestita secondo regole internazionalmente riconosciute, come nel caso del Montenegro. L’altra parte dell’accordo dovrebbe essere l’impegno dell’Occidente nei confronti della Russia a non accelerare artificialmente l’ingresso degli stati post-sovietici nelle istituzioni euro-atlantiche, soprattutto quando essi non sono pronti sul piano delle riforme interne. Un chiarimento tra la Russia e l’Occidente su questi termini sarebbe utile per la stabilità. Ed anche per evitare sorprese al vertice Nato di Riga, in novembre.

Foto: Georgia: Georgian refugees from Abkhazia in the ex-Iveria hotel, Tbilisi. © R-Project