IAI
La palude irachena

Un collasso quasi inevitabile

24 Ott 2006 - Carlo Calia - Carlo Calia

Qualunque siano stati i motivi dell’invasione americana in Iraq, l’idea che fosse possibile far nascere in quel paese un regime democratico all’interno e moderato in politica estera raccoglieva in Occidente un generale consenso. Questa speranza non esiste più nemmeno negli Stati Uniti. Il numero dei morti iracheni e delle perdite statunitensi non fa che aumentare, mentre la originale ribellione contro un corpo militare straniero, percepito da moltissimi solamente come una forza occupante, sta evolvendo in un anarchico conflitto di tutti contro tutti. Ci si trova così di fronte ad un nuovo scenario: quello del collasso dello Stato iracheno.

Dal punto di vista pratico, il segnale della prossima fine delle attuali istituzioni irachene avrà luogo dopo le imminenti elezioni di midterm del Senato e Congresso americano. Qualunque siano i risultati di queste elezioni, particolarmente favorevoli ai democratici o meno, il Governo americano annuncerà il ritiro delle loro truppe nel momento politicamente meno dannoso. Un ritiro scaglionato nel tempo, certo, ma da quel momento gli Stati Uniti non dirigeranno più il gioco, essi potranno tutto al più influenzarlo. La partita interna e regionale per stabilire il futuro assetto, o il dissolvimento, di quella sventurata nazione, è dunque già aperta.

Le cause militari del collasso
Tutto è stato già detto sugli sbagli politici di Washington nel gestire la pacificazione ed organizzazione del paese, dopo la rapida e sfolgorante vittoria militare sull’esercito di Saddam Hussein. È tuttavia forse utile qualche considerazione sulle caratteristiche della guerriglia che ne è seguita. Come nei precedenti casi di insurrezione contro un governo centrale, magari appoggiato militarmente da una forza armata straniera, i ribelli in Iraq hanno compiuto orribili atti terroristici per intimidire la popolazione e sospingere così il Governo o i soldati stranieri a compiere azioni che gli alienano l’appoggio popolare. Nel caso iracheno siamo però di fronte a delle differenze importanti.

Il suo contesto culturale e strategico non è quello delle insurrezioni del ventesimo secolo. Le superpotenze appoggiavano allora ribelli o governi centrali in un tipo di guerra condotta per interposta persona. Il conflitto iracheno, invece, presenta una caratteristica aggiuntiva. È qui centralmente presente un conflitto tra correnti religiose fortemente radicate nella storia non solo dell’ Iraq, ma della intera regione. La ribellione, inoltre, è anche parte di una rete di guerra mondiale, quella dell’estremismo islamico, legata in un modo o nell’altro ad Al-Qaeda. Siamo così di fronte alla novità di una insurrezione composta da multiple componenti che coesistono con differenti tattiche ed obiettivi.

Abbiamo quella dei jiadisti, in parte iracheni e in parte stranieri, che vorrebbero installare in Iraq uno Stato del genere di quello dei talibani in Afghanistan, il quale possa servire di base per una più vasta insurrezione in tutto il mondo islamico. Una componente più importante è quella dei precedenti titolari del potere, i dirigenti del Partito Baath che vorrebbero ritornare al potere. La fazione più estesa dei ribelli è però quella dei “Sunniti nazionalisti”, anche se in questo caso il termine nazionalista è forse inesatto. La loro principale preoccupazione è quella di mantenere un potere sunnita nell’Iraq del post Saddam Hussein, reagendo a quello che essi considerano una ingiusta situazione di inferiorità, oltre che naturalmente ai terribili casi di violenze e abusi di ogni genere. Questo gruppo sunnita si basa su una vasta rete di strutture tribali, legami personali ed associazioni locali.

E le crescenti e agguerritissime milizie sciite? Fino ad ora esse avevano effettuato una specie di doppio gioco, di ribellione da un lato, in particolare contro i militari americani, ma rimanendo dall’altro lato presenti nelle istituzioni e nelle stesse forze di polizia del governo. Questo ultimo, infatti, avrebbe dovuto costituire la base del nuovo stato iracheno, nel quale i più numerosi sciiti dovevano assumere il ruolo dominante. Ma la crescente presenza di bande indipendenti, spesso solo criminali, e l’opposizione americana al consolidamento di forze militari indipendenti da quelle governative, hanno sospinto le milizie sciite ed i suoi capi a divenire semplicemente un altro movimento che mira all’abbattimento delle attuali strutture governative.

La mancanza di un interlocutore vincente
In conclusione, i ribelli iracheni che stanno sospingendo gli americani a ritirarsi dal paese, sono un gruppo nichilista, del tutto scollegato tra di loro, che mira solo a ottenere la caduta dell’attuale governo e impedire l’emergenza di un nuovo sistema politico ed economico che essi ritengono contrari ai loro interessi. Mentre nei precedenti movimenti ribelli del ventesimo secolo esisteva una gerarchia e un ala politica, gli insorti iracheni non hanno un comando centrale che possa così esprimere un nuovo potere. Gli obbiettivi delle due principali forze in gioco sia interna che estera, quella sunnita e quella sciita, sono opposti. Quello che adesso avverrà è dunque imprevedibile.

Vi sono però degli elementi indicativi. Il frazionamento geografico del paese prenderà ancor più corpo di quanto non sia già avvenuto. Il problema è Baghdad, dove sunniti e sciiti sono indissolubilmente interconnessi. È quindi del tutto possibile una situazione come quella vissuta nella guerra civile in Libano che durò, purtroppo, 15 anni, prima che fosse possibile arrivare a una conclusione.

Il quadro regionale
Il Libano, tuttavia, era un piccolo paese, non produttore di petrolio e per moltissimo tempo vittima diretta delle primarie preoccupazioni di sicurezza di Israele. Nel caso iracheno è possibile vedere già adesso alcuni elementi su cui è forse possibile operare internazionalmente per evitare la medesima sorte.

Nel 1979, dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, gli Stati Uniti avevano alimentato la guerriglia dei mujadeen, i guerrieri religiosi afgani, per obbligare Mosca a riflettere bene, prima di estendere la sua azione anche al Pakistan. Allo stesso modo i regimi al potere a Teheran e Damasco si sono sino ad ora adoperati affinché le forze armate americane fossero sanguinosamente impegnate sino al collo in Iraq, riducendo così il rischio di diventare loro il successivo bersaglio di Washington. La certezza di un ritiro delle forze statunitensi, specie se accompagnato, come probabile, dalla rinuncia al progetto di installare in Iraq delle basi militari, dovrebbe almeno tranquillizzare Iran e Siria, le cui attività sono state fonte di gravi problemi in tutta la regione. Potrebbe dunque divenire possibile un accordo regionale per stabilizzare la situazione in Iraq.