IAI
Il JSF e l’Europa

Non una colonizzazione, ma un’opportunità

26 Ott 2006 - Giuseppe Bernardis - Giuseppe Bernardis

Il programma di sviluppo e costruzione del velivolo da caccia JSF (Joint Strike Fighter, F35 Lightning II) ormai avviato da circa un decennio, si sta proponendo come un episodio singolare nell’ambito delle preesistenti e coeve collaborazioni industriali nel settore degli armamenti e segnatamente fra quelle (invero rare) che hanno interessato le due sponde dell’Atlantico.

Di fatto, nella seconda metà dello scorso decennio il programma di ricerca Usa (a cui aveva già aderito il Regno Unito) JAST (Joint Advanced Strike Technology) migrò i propri fondamenti e le soluzioni tecnologiche individuate nel programma di sviluppo concettuale JSF, con l’obiettivo di pervenire a un velivolo militare di nuova concezione e adatto ai nuovi scenari post-guerra fredda.

Un progetto collaborativi
La novità sostanziale da un punto di vista programmatico fu quella dell’apertura del governo Usa ai partner per un progetto collaborativo, ancorché a guida statunitense, che era del tutto innovativo rispetto alle pseudo-collaborazioni aeronautiche transatlantiche precedenti, ridotte a poco più di riproduzioni su licenza.

La novità, sostanziale da un punto di vista politico ed industriale, fu colta in Italia da quell’accorto, lungimirante e genuinamente visionario uomo politico ed economista che era Beniamino Andreatta, allora Ministro della Difesa, che di fatto indirizzò verso quel programma (peraltro già all’esame degli Stati Maggiori) l’Aeronautica Militare nella persona dell’allora Capo di Stato Maggiore Mario Arpino.

In quel periodo gli Stati Uniti aprirono a dei partner selezionati la possibilità di partecipare alla fase di sviluppo del programma con investimenti propri, con uomini propri e con la propria industria, autorizzata a partecipare, anche se non in tutti i settori, alle gare per i vari sub-assiemi che si svolgevano col criterio non del “ritorno garantito”, ma del “maggior valore” delle offerte. Si veniva a stabilire così un sistema altamente competitivo dove le vere capacità emergevano e la tecnologia poteva essere spinta verso il suo limite più estremo, pur mantenendo costi sopportabili.

L’adesione italiana
L’Italia ha aderito al programma con le necessarie autorizzazioni politiche nel 1998 per la fase concettuale e ha confermato la partecipazione nel 2002 per la fase di sviluppo investendo poco più di un miliardo di dollari.

Ad eccezione dell’Australia, tutti i partner (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Italia, Olanda, Norvegia, Danimarca e Turchia) sono sulle sponde dell’Atlantico e in considerazione di questo e della magnitudine del programma (prevede oltre 3.000 velivoli), si può ragionevolmente affermare che l’impresa possa essere il maggiore fattore abilitante per rompere le mura di cui si sono dotate in modo improvvido la “fortezza America” e la “fortezza Europa”.

Di fatto la comunità JSF europea si sta attrezzando per organizzarsi e permettere un dimensionamento sufficiente e abilitante al dialogo e alle operazioni tecnico-burocratico-legali con il mastodontico alleato d’oltre Atlantico; i canali informativi e di comunicazione sono stati aperti e, anche se timidamente, i primi risultati di una “two ways street” si stanno palesando (in questo momento decine di ingegneri di Alenia Aeronautica stanno operando e progettando parti di ala di JSF con sofisticatissimi strumenti nello stabilimento di Somigliano, in contatto video/voce con i colleghi di Lockheed Martin, posizionati nello stabilimento di Fort Worth nel Texas).

Interscambio in crescita
Dalla parte europea si sta creando un “footprint” al programma che porterà i vari paesi a livelli d’interscambio mai prima visti. E su questo filone Italia e Olanda sono state le prime a formalizzare un accordo, con il beneplacito del governo Usa, che prevede la costruzione in Italia dei velivoli dei due paesi e l’assemblaggio in Olanda dei motori degli stessi.

In questo modo verrà portata in Europa una capacità tecnologica non altrimenti raggiungibile sia per i tempi, sia per le risorse altrimenti necessarie a sviluppare e produrre un improbabile futuro sistema autoctono. Di converso si può ragionevolmente sostenere che la creazione di un polo-sistema industriale europeo per il JSF potrà far rimanere viva e creativa quell’industria del settore che difficilmente troverebbe futuro in fantasiose evoluzioni di prodotti preesistenti che oltretutto sarebbero totalmente prive di possibilità di marketing.

Certamente tutta l’operazione esige determinazione, capacità imprenditoriale e soprattutto scelta e volontà politica, ma solo accettando le sfide e perseguendo con determinazione obiettivi ambiziosi, ma realistici si può essere confidenti che esiste un futuro per l’apertura competitiva dei mercati tecnologici, anche sulla direttrice transatlantica.