IAI
Finanziaria e politica estera

L’arte di arrangiarsi

16 Ott 2006 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Le variazioni non sono molte: un po’ di soldi in più per gli investimenti alla Difesa e un altro po’ per gli aiuti allo sviluppo agli Esteri. Nel complesso questa finanziaria, tutta presa dal problema del risanamento del deficit e da alcune misure di riordino fiscale, non affronta il tema del ruolo internazionale dell’Italia, malgrado la rilevanza crescente degli impegni presi e da prendere nel prossimo futuro. Soprattutto permane quello che era uno dei problemi maggiori aperti dalle decisioni del precedente Governo: il taglio delle spese di esercizio, che limitano fortemente sia l’attività addestrativi e di manutenzione delle Forze Armate che quelle della nostra rete diplomatica.

Limitazioni operative
Il problema non è secondario. L’assenza di voci italiane nel dibattito internazionale è assordante, ma per essere sanata richiede una continuità di attenzione e di presenza che, a sua volta, comporta delle spese. E l’insufficienza degli stanziamenti relativi, ad esempio, alla formazione e all’addestramento dei nostri militari comporta tra l’altro una minore istruzione linguistica: in altri termini molti dei nostri uomini non comprenderanno né parleranno lingue straniere (a cominciare dall’inglese) e avranno grandi difficoltà a farsi valere. Il che può essere non solo dannoso, ma anche pericoloso.

Molti si lamentano, ultimamente anche l’on. Emma Bonino, per il moltiplicarsi delle iniziativa di politica estera delle Regioni e degli altri enti locali, e richiedono un più che opportuno coordinamento. Ma il problema inizia già all’interno dell’Amministrazione centrale: dov’è quella unificazione delle rappresentanze all’estero (politiche, militari, economiche, commerciali, culturali eccetera) di cui si era tanto parlato nel passato? In questa finanziaria si accenna solo a un possibile accorpamento logistico di alcuni enti all’interno dello stesso edificio, ma il coordinamento e la centralizzazione funzionali sono ancora da venire. Per cui, inevitabilmente, si muoverà chi ha ancora i soldi per farlo e non chi ne avrebbe le capacità, oltre al dovere: anche il coordinamento richiede fondi.

Scarsa coerenza
L’Italia ha grandi ambizioni internazionali: vuole giocare un ruolo di spicco nelle Nazioni Unite (anche perché tra poco sarà nuovamente scelta per partecipare alle riunioni del Consiglio di Sicurezza) e ritiene di dover far parte del gruppo di testa dell’Unione Europea. Sta quindi logicamente assumendo tutti gli impegni coerenti con tale ambizione, ma nello stesso tempo non sembra preoccuparsi di avere gli strumenti adatti per portarli a termini. In altri termini, ci arrangiamo con quel che abbiamo. Ciò ha però almeno due conseguenze negative.

In primo luogo contiamo moltissimo sulla fortuna. Speriamo che tutto vada bene, perché se qualcosa andasse male, incontreremmo grandi difficoltà a porvi riparo, non avendo le necessarie riserve. In secondo luogo, sin troppo spesso, non riusciamo a sfruttare il lato positivo degli impegni presi, nel senso che non abbiamo le strutture e le risorse necessarie per dare seguito alle nostre iniziative in termini di cooperazione economica (e a volte anche politica), per cui la nostra presenza all’estero si riduce facilmente ad un episodio isolato e non troppo rilevante per l’affermazione dei nostri interessi futuri.

Non è solo una questione di bilancio, ma anche di strutture e di capacità di pianificazione. Onestamente però, come si fa a chiedere all’Amministrazione pubblica di pianificare il lungo termine quando deve barcamenarsi in mille modi per sopravvivere nell’immediato?