IAI
Libano

La missione internazionale e il ruolo dell’Italia

17 Ott 2006 - Umberto Ranieri - Umberto Ranieri

Il conflitto israelo-libanese, che ha avuto inizio nel mese di luglio con il lancio di razzi sul territorio di Israele da parte di Hezbollah, affonda le proprie radici nel crescente deterioramento che il tessuto di sicurezza dell’intera regione ha subito nel corso degli ultimi anni. Vari fenomeni hanno contribuito a questa involuzione: l’offensiva del terrorismo senza dubbio, ma certamente anche la guerra iniziata nel 2003 in Iraq, che ha riacceso in gran parte delle opinioni pubbliche arabe un forte risentimento antioccidentale, il quale ha finito per rivolgersi prevalentemente contro Israele.

Ciò ha contribuito a diffondere nella classe dirigente israeliana la sensazione che in una parte del mondo arabo riaffiorasse l’obiettivo, sopito fino a pochi anni fa, dell’eliminazione stessa dello Stato di Israele. La percezione di questa minaccia è stata uno dei fattori all’origine di quanto accaduto nei 34 giorni di guerra in Libano.

Il rischio di una crisi regionale
L’intensa iniziativa diplomatica dispiegatasi per giungere al cessate il fuoco trae origine dalla consapevolezza, forse più acuta che in passato, dei rischi che il conflitto potesse innescare una crisi regionale dalle conseguenze difficilmente calcolabili. L’Italia è stata tra i protagonisti di questa iniziativa diplomatica volta a porre fine alle ostilità, presupposto per qualunque ipotesi di trattativa, e ha lavorato per un’assunzione di responsabilità dell’Unione europea nella stabilizzazione del Libano.

La Conferenza di Roma del 26 luglio – la Conferenza del Lebanon Core Group allargata ad altri Governi, cui ha partecipato anche il Segretario generale dell’Onu Kofi Annan – ha avviato una più stretta e coordinata cooperazione fra Europa, Stati Uniti e la maggior parte dei paesi arabi. Quella Conferenza ha consentito, inoltre, che si avviasse un processo di graduale avvicinamento fra le posizioni dei vari paesi europei e che si dipanasse la complessa trama politica che ha portato, poi, alla risoluzione n. 1701.

Con tale risoluzione la comunità internazionale si propone due obiettivi. Da un lato, una riaffermazione del diritto di Israele a vivere in sicurezza, impedendo che una parte del territorio del Libano venga usato come base per attacchi all’alta Galilea. Dall’altro la ricostruzione della sovranità del Libano, evitando che quel paese, che appena un anno fa si è liberato dall’occupazione siriana, si trasformi nella palestra per giochi di potere di paesi limitrofi.

La risoluzione restituisce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un ruolo che per molti anni gli è stato di fatto precluso dal meccanismo dei veti incrociati e da una profonda crisi di legittimità che ha investito le Nazioni Unite. Non c’è dubbio, tuttavia, che a tali risultati positivi non si sarebbe pervenuti senza il maturare di una posizione comune dell’Unione europea. Un particolare rilievo in questo senso va attribuito al ruolo della Francia, che memore dell’impotenza delle proprie truppe in Bosnia e della tragedia del 1983 in Libano, ha tuttavia accettato di partecipare alla missione in modo consistente, con un ruolo di comando condiviso con l’Italia.

L’esigenza di un ruolo europeo
In questo delicato passaggio la bussola che ha guidato il Governo italiano è stata la convinzione che l’Europa non avrebbe dovuto, né potuto del resto, sottrarsi ad un impegno teso a contribuire alla pacificazione di una regione strategicamente cruciale del Medio Oriente, come è il Libano. Del resto, un nuovo disimpegno avrebbe drammaticamente compromesso la credibilità dell’Unione e reso vano, probabilmente, ogni sforzo di rilanciare il progetto europeo.

Merito del Governo italiano è stato quello di aver tenuto aperta, con la propria costante disponibilità, la prospettiva di una missione con un forte profilo europeo, anche quando questa sembrava sfumare a causa delle esitazioni di altri partner. Certo, nessuno si nasconde i problemi che continuano ad attanagliare l’Unione europea. Anche nella vicenda libanese, infatti, non sono mancati i limiti; una missione europea condotta con quella forza di reazione rapida che è stata preparata per «missioni di Petersberg» avrebbe avuto molti evidenti vantaggi. Purtroppo, non è stato così. Ma la vicenda libanese segna, in ogni caso, un riconoscimento dell’importanza che sta assumendo l’Unione europea negli affari internazionali, specie in una fase di difficoltà evidente della leadership americana.

La sicurezza israeliana
In questo contesto, va sottolineata la novità che con la risoluzione n. 1701 si è prodotta tra Israele e la comunità internazionale. Per la prima volta, nella sua difficile storia, la sicurezza dello Stato ebraico, su un versante delicato come quello libanese, viene garantita internazionalmente con un ruolo fondamentale degli europei. Si tratta di una novità che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella storia drammatica di guerre e conflitti affrontati da Israele nei 60 anni dalla sua fondazione.

La guerra preventiva nella storia di Israele è stata condotta con successo in molte occasioni, da Suez alla guerra dei Sei giorni, e tuttavia, oggi più che in passato si impone un interrogativo impellente: può Israele continuare ad affidare per sempre la propria sicurezza essenzialmente alla deterrenza militare? Lo Stato di Israele ha dato al popolo ebraico una volontà nazionale e una capacità di difesa straordinarie, ma il costo politico dei suoi successi militari si è rivelato, nel corso del tempo, sempre più alto.

Oggi Israele dovrebbe cogliere la novità che emerge dalla posizione dell’Europa e degli stessi Stati Uniti: è la comunità internazionale che intende contribuire alla sua sicurezza. Se così fosse, si determinerebbe un quadro più favorevole per la ripresa del difficile negoziato tra israeliani e palestinesi. L’auspicio del Parlamento e del Governo italiano è quello che, sull’onda dell’operazione positiva per il Libano, avanzino le condizioni di una pace durevole per l’intera regione mediorientale. Certamente non tutto dipende da Israele. Ma sarebbe una scelta lungimirante da parte del Governo israeliano sostenere il tentativo di Abu Mazen di costruire, su basi che, nei fatti, aprirebbero al riconoscimento dello Stato ebraico, un Governo di unità nazionale in Palestina.

L’auspicio italiano, in questo contesto, è che il Governo israeliano non congeli la prospettiva di un ritiro dalla Cisgiordania e non decida di finanziare nuovi insediamenti nei territori, perché questo costituirebbe un macigno sulle esili prospettive di ripresa del dialogo. Certo, queste richieste al Governo israeliano devono accompagnarsi, da parte della comunità internazionale, a un’energica pressione, a un’incisiva iniziativa diplomatica verso la Siria e l’Iran.

La posizione di Siria e Iran
Per quanto riguarda la Siria, sono importanti le parole con cui il ministro degli Esteri italiano ha chiesto al Governo siriano di cooperare al processo aperto in Libano, ricordando che l’eventuale violazione della risoluzione n.1701, nella parte in cui essa prevede che sia impedito l’ingresso di armi nel territorio libanese, non incontrerebbe l’indifferenza della comunità internazionale.

Sul versante iraniano, invece, alla luce delle più recenti difficoltà negoziali, sarà decisivo che Europa e Stati Uniti non si dividano sulle risposte da fornire alle autorità iraniane sul delicatissimo contenzioso riguardante la questione nucleare.

Nel modo in cui è stata affrontata la crisi libanese si colgono gli elementi, certo ancora embrionali, di quel multilateralismo costruttivo ed efficace che l’Italia ritiene debba costituire la strategia con cui affrontare le gravi ed irrisolte questioni della sicurezza internazionale. Del resto, l’esigenza di una nuova fase nella vita della comunità internazionale appare diffusa. L’unilateralismo militare, infatti, non ha prodotto risultati efficaci. La messa in discussione delle principali istituzioni multilaterali, come le Nazioni Unite, è una condotta gravida di rischi e il ricorso all’uso della forza – la scelta più drammatica dinanzi a cui può trovarsi la comunità internazionale – non può essere affidato all’arbitrio o alle valutazioni di un solo paese, sia esso anche la superpotenza americana.

Una nuova spinta multilaterale
Del resto, nella stessa amministrazione statunitense si sta facendo strada, di fronte alla dura realtà della vicenda irachena, la consapevolezza che anche la superpotenza ha bisogno di alleati, la consapevolezza del ruolo dell’Europa e delle Nazioni Unite e, quindi, un ripensamento complessivo sulla strategia unilaterale perseguita negli ultimi anni. Certo, il multilateralismo sarà all’altezza dei problemi, solo se determinerà una diffusa assunzione di responsabilità, efficacia e prontezza di risposta da parte della comunità internazionale; un multilateralismo nel cui quadro la comunità internazionale sappia adoperarsi, intervenendo per sostenere i diritti umani, principi di libertà, pluralismo politico e religioso per tutti, senza pregiudiziali e discriminazioni, nel rispetto reciproco, ma contro fanatismi di qualunque tipo.

La missione in Libano è difficile e rischiosa, la consapevolezza di ciò è forte nella maggioranza che sostiene il Governo ed è comune all’intero Parlamento italiano. È per questo che ci si è impegnati come Governo, nell’ambito delle Nazioni Unite, per definire un complesso di regole di ingaggio robusto, tale da garantire la sicurezza dei militari e l’efficacia della missione. L’auspicio di fondo è che questo impegno europeo ed internazionale possa aprire una fase nuova nelle dinamiche regionali del Medio Oriente e possa contribuire ad avviare, in questa terra da troppo tempo afflitta e violata da conflitti e sofferenze, una stagione nuova di stabilità, pace e speranza per tutti.