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Balcani

Il rebus della Bosnia-Erzegovina

17 Ott 2006 - Alessandro Spaventa - Alessandro Spaventa

Lo scorso 1° ottobre si sono tenute in Bosnia-Erzegovina le elezioni per il rinnovo delle presidenze e dei parlamenti ai vari livelli istituzionali. Per la prima volta dal 1995 esse sono state organizzate e gestite autonomamente dai bosniaci senza l’intervento della comunità internazionale. I risultati del voto hanno segnato il declino dei partiti nazionalisti tradizionali e l’affermazione netta dei due principali nuovi partiti, uno serbo e l’altro bosniaco musulmano, e della Sdp, il partito socialdemocratico, l’unico senza forti connotazioni “etniche”. Alla presidenza sono stati eletti due nazionalisti di nuova generazione, il serbo Nebojsa Radmanovic e il bosniaco musulmano Haris Siljdzic, e un politico nuovo, Zeljko Komsic, slegato dagli schemi di ripartizione “etnica” creati con l’accordo di Dayton che nel novembre 1995 pose fine alla guerra.

Il potere finalmente a portata di mano
Il voto acquista questa volta un significato particolarmente importante: per la prima volta a essere in gioco è stato il potere, quello vero. Dal 30 giugno 2007, infatti, la Bosnia-Erzegovina cesserà di essere un protettorato di fatto delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea e gran parte dei poteri ora in capo all’Alto Rappresentante verranno rimessi alle istituzioni centrali.

A scatenare ulteriormente appetiti e ambizioni e a far crescere la tensione hanno inoltre contribuito altri tre fattori: l’esito del referendum per l’indipendenza del Montenegro, che ha sancito la separazione definitiva dalla Serbia; l’ormai quasi certa e sempre più vicina indipendenza o quasi-indipendenza del Kosovo; il naufragare in aprile dei progetti di riforma costituzionale che avrebbero dovuto segnare il passaggio di una serie di competenze dalle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina, la Repubblica Srpska e la Federazione della Bosnia-Erzegovina, allo stato centrale.

L’importanza della posta in gioco è stata ben evidenziata dalla virulenza della campagna elettorale che ha raggiunto toni inediti dalla fine della guerra. Proclami secessionisti dei serbi, che, appoggiati da Belgrado, minacciano l’indizione di un referendum per sancire la secessione dalla Bosnia e l’annessione alla Serbia, politica temporeggiatrice dei croati e forte difesa dello stato unitario dei bosniaci musulmani.

Siamo dunque sull’orlo di una nuova crisi e forse di nuovi scontri? E come è possibile che a quasi undici anni dalla pax americana imposta nella base aerea di Wright-Paterson in Ohio ci si trovi ancora in queste condizioni?

Il doppio scenario
Se la situazione sicuramente non è delle migliori, non è detto che sia funesta come appare. Parte degli eccessi degli ultimi mesi sono dovuti alla campagna elettorale e in particolare al fatto che mai la posta in gioco è stata così alta e che ogni partito e ogni leader gioca la sua partita solo all’interno della propria comunità. L’architettura istituzionale concepita a Dayton, infatti, determina un meccanismo perverso per cui ogni leader o partito ha interesse a rialzare sempre più il tono dello scontro con le altre comunità che compongono la Bosnia-Erzegovina per raccogliere quanti più voti possibili tra la sua gente.

Inoltre, se è vero che la cosiddetta comunità internazionale e i suoi rappresentanti non brillano per capacità di intervento nei Balcani, è anche tuttavia vero che appare inimmaginabile che si lasci scivolare la situazione fino al punto di rischiare nuovi scontri ed eventualmente un nuovo conflitto. Se non altro perché in Bosnia al momento vi sono circa 6.000 soldati europei.

È vero che, come discusso dai ministri della difesa Ue lo scorso 2 ottobre a Levi in Finlandia, prossimamente saranno probabilmente ridotti a 1.500 per poi lasciare il passo a forze di polizia e amministrativi, ma è anche vero che se il barometro dovesse segnare brutto tempo o tempesta i programmi cambierebbero. L’Europa non si può permettere un nuovo conflitto in Bosnia. O almeno così si spera.

E allora? Allora, vi è di certo che nel lungo periodo, e forse nemmeno nel medio, la situazione attuale non può reggere. L’attuale configurazione istituzionale è poco più che una fotografia di quella che era la situazione sul campo alla fine del 1995. Essa era stata pensata per far tacere le armi, porre fine a tre anni di massacri e deportazioni e siglare finalmente la pace sperando in tempi migliori nei quali sarebbe stato possibile costruire uno stato federale vero. Insomma, era transitoria e come tale era stata costruita.

Purtroppo, come spesso accade, non c’è nulla di più definitivo del transitorio. Tempi migliori non ne sono venuti e ciò in parte anche a causa dell’accordo del 1995 che pur avendo avuto successo nel garantire la pace ha tuttavia impedito che si creassero le condizioni per la nascita di una nuova architettura istituzionale. Una volta sancita la separazione, gli interessi contrapposti hanno impedito che essa potesse essere superata.

Soluzioni alternative
Le possibilità a questo punto sono due: la dissoluzione della Bosnia-Erzegovina o la creazione di uno stato unitario federale su basi completamente nuove. La prima, come accennato sopra, è già stata prefigurata dai serbi e non viene sostanzialmente osteggiata dai croati. È vero che per ora ci si limita alle parole e che probabilmente nei mesi scorsi i toni sono stati caricati a posta. Ma è anche vero che in quella parte dei Balcani can che abbaia morde, eccome. E la storia purtroppo lo ha già dimostrato. Ed è altresì vero che la situazione tende a evolvere per inerzia in quella direzione.

Lo scenario che si prefigurerebbe nel caso sarebbe: l’indipendenza del Kosovo, la secessione della Repubblica Srpska dalla Bosnia-Erzegovina e la sua annessione alla Serbia, la creazione di una Bosnia croato-bosniaca più piccola che, dopo scontri tra croati e musulmani, potrebbe ridursi ad una Bosnia ancora più piccola caratterizzata da una maggioranza bosniaco musulmana, mentre i croati potrebbero ambire a ottenere uno status simile a quello del Kosovo, in attesa di riunirsi anche loro alla madre patria.

In sostanza sarebbe la vittoria delle logiche che portarono alla guerra dei primi anni ’90 e delle politiche dei massacri e della pulizia etnica. Ognuno a casa propria e tanti saluti all’idea utopica di uno stato multiculturale e multireligioso. Ed è una soluzione che, se ottenuta pacificamente, probabilmente non dispiacerebbe alle cancellerie occidentali. Renderebbe tutto più facile e lineare. Ma proprio il fatto che possa essere ottenuto pacificamente appare quanto mai improbabile.

L’altro scenario possibile è quello della creazione finalmente di uno stato unitario e federale nel quale i confini amministrativi interni vengano tracciati non su base “etnica”, ma su base geografica. Insomma, rimescolare le carte per demolire il principio etnico e creare uno stato moderno in cui i diritti non siano legati alla comunità di appartenenza, ma al fatto di essere cittadino di uno stato. In breve, la sconfitta delle logiche nazionaliste che hanno portato alla guerra e agli orrori del 1992-1995. Utopico forse. Sicuramente un disegno che ha scarse probabilità di essere coronato dal successo, ma che rappresenta l’unica alternativa alla dissoluzione della Bosnia e che forse potrebbe essere sostenuto dal nuovo membro della presidenza Komsic. Tertium non datur.

Uno scatto di reni
Se questo è il contesto, e se è vero che, a meno di interventi forti e prolungati, la Bosnia si avvia per inerzia alla sua dissoluzione, sta alla cosiddetta comunità internazionale, e in particolar modo all’Europa decidere cosa fare. Accettare la soluzione di default oppure agire in modo deciso per favorire lo scenario “utopico”. Gli strumenti per fare pressione ci sono e non sono di poco conto. Si va dai finanziamenti, la cui entità è rilevante, alla presenza di ancora 6.000 soldati, al ruolo internazionalmente riconosciuto dell’Alto Rappresentante e del suo Ufficio. Soldati e rappresentante sono in via di smobilitazione, ma nulla vieta di rimandare quella dell’uno o dell’altro al fine di perseguire uno scenario finalmente nuovo non solo per la Bosnia, ma per tutta la penisola Balcanica.

Agli strumenti d pressione diretta si aggiungono poi quelli meno immediati, ma comunque efficaci, ovvero quelli legati alla prospettiva europea. Oggi gli unici Paesi del continente europeo non membri Ue a non avere almeno un accordo di associazione e stabilizzazione sono proprio Bosnia-Erzegovina e Serbia. Persino l’Albania ha un accordo di questo tipo. E nel contesto che si va profilando, l’esclusione dallo scacchiere europeo potrebbe divenire un prezzo troppo alto da pagare. La nascente zona di libero scambio dell’Europa centrale (Cefta), aggiungerebbe il carico da novanta. Albania e Montenegro sarebbero fortemente avvantaggiati potendo divenire la meta dove gli investitori esteri potrebbero dirigersi per servire l’intero mercato balcanico, mentre la Bosnia, ma soprattutto la Serbia sarebbero costrette a rimanere a guardare.

Far sì che il prezzo delle ambizioni nazionaliste divenga effettivamente troppo alto è un compito che l’Unione Europea può e deve svolgere, usando sia il bastone che la carota. E soprattutto pensando in termini strategici e non di convenienza immediata, come troppe volte ha fatto sinora. Il passato non lascia troppo ben sperare, ma uno scatto di reni è ancora possibile.