IAI
Corea del Nord

Azzardo nucleare

6 Ott 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

L’annuncio della Corea del Nord di un imminente test nucleare “per difendersi contro l’aggressione americana” ha provocato una raffica di reazioni verbali da parte di tutte le potenze regionali ma – almeno in prima battuta – nessuna contromisura veramente incisiva. Gli Stati Uniti hanno avvertito che “la Corea del Nord può avere o un futuro, o l’arma nucleare, ma non entrambe le cose”. Il Giappone ha dichiarato che non è disposto a condonare l’esperimento annunciato e non ha escluso un attacco preventivo. La Russia ha definito la decisione di Pyongyang “inaccettabile”. La Corea del Sud ha invitato a non compiere gesti irresponsabili e adombrato la possibilità di una interruzione degli aiuti economici che – oggi come oggi – permettono a Kim Jong-Il di evitare un’altra spaventosa carestia. La stessa Cina, considerata l’unica alleata della Corea del Nord, ha usato parole insolitamente forti per cercare di fermare il test, chiedendo ai coreani di “non prendere iniziative capaci di esasperare la situazione”.

Il rischio di una corsa regionale agli armamenti Per quanto sia opinione comune che Pyongyang disponga già, dopo avere denunciato quattro anni fa il Trattato di non proliferazione, di dieci o dodici testate nucleari, tutti si rendono conto che farne esplodere una a titolo dimostrativo modificherebbe i termini del problema e potrebbe scatenare una vera e propria corsa regionale agli armamenti dalle conseguenze incalcolabili.

Il Giappone, dove è appena andato al potere un nuovo primo ministro che vuole rilanciare il Paese sul piano internazionale e modificare gli articoli della Costituzione che gli impediscono di disporre di Forze armate in piena regola, dispone, per esempio, della tecnologia necessaria per diventare una potenza nucleare nel giro di un anno. La stessa Corea del Sud, dove sotto il presidente Roo Moo-Hyun è prevalsa finora la linea morbida nei confronti dei “fratelli separati” del Nord, sarebbe sotto intensa pressione per varcare a sua volta il Rubicone.

Il problema è che nessuno dei Paesi che hanno cercato, attraverso pazienti e spesso esasperanti negoziati (trascinatisi per due anni e interrotti, su iniziativa di Kim, nel novembre scorso) di convincere la Corea del Nord a rinunciare all’arma atomica in cambio di una serie di sostanziose concessioni politiche ed economiche ha finora trovato la formula giusta.

Nell’estate scorsa Washington ha cercato, con discrezione, di instaurare un dialogo con Pyongyang, con l’offerta di farla uscire dal suo attuale isolamento e l’obiettivo a lungo termine di indurla a intraprendere una riforma alla cinese. La Rice sembrava addirittura disposta ad aprire quella trattativa bilaterale che gli Usa, fino a quel momento, avevano sempre respinto. La risposta è stata il test missilistico di luglio, con cui Kim ha fatto capire al mondo che, oltre che della bomba, disponeva o si apprestava a disporre anche dei vettori per inviarla a bersaglio.

Il fronte anti-americano
Ora le Cancellerie si interrogano sul perché Pyongyang abbia annunciato l’esperimento senza fissarne la data, lasciandosi così la strada aperta per una eventuale marcia indietro. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di ricatto, per strappare altre concessioni? Oppure i coreani sono davvero decisi a procedere con il loro programma, mettendosi così all’avanguardia di quella nascente alleanza antiamericana costituita dall’Iran, dal Venezuela e da Cuba? E se fosse così, basterebbe un programma di sanzioni pesanti, comprendente eventualmente anche un blocco navale, per indurli a cambiare idea? Intense consultazioni sono in corso tra le potenze interessate (il nuovo premier giapponese Abe ha rilanciato appositamente i rapporti diretti con la Cina e la Corea del Sud, molto deteriorati negli ultimi tre anni), ma una intesa sulle iniziative da prendere rimane problematica, perché gli interessi non coincidono. Gli Stati Uniti, per esempio, sono allarmati soprattutto dalla possibilità che la Corea del Nord fornisca strumenti nucleari ad organizzazioni terroristiche, mentre a Cina e Russia preme in primo luogo che non siano alterati gli equilibri strategici regionali e il Giappone ha paura di finire sotto tiro.

È dai test pakistani del 1998 che nessuno effettua più esperimenti nucleari. L’infrazione di questo tabu, proprio ora che una vertenza simile è in corso con l’Iran, sarebbe una indubbia iattura. Ma fin dove ci si possa e ci si debba spingere per impedirla è ancora una domanda senza risposta.