IAI
Corea del Nord

Azzardo nucleare

10 Ott 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

L’esperimento nucleare effettuato dalla Corea del Nord nonostante i severi moniti della comunità internazionale e una forte risoluzione del Consiglio di Sicurezza votata – per la prima volta – anche dalla Cina ha provocato una raffica di reazioni verbali ma, almeno in prima battuta, nessuna contromisura veramente incisiva: una cosa, infatti, era condannare e promettere reazioni, un’altra mettersi d’accordo seduta stante su contromisure concrete, come sanzioni economiche, blocchi navali o altro.

Il bastone e la carota
Il tentativo di usare la carota, cioè un programma di generosi aiuti economici e l’offerta di fare uscire il Paese dal suo attuale isolamento, è già stato tentato senza successo in una mezza dozzina di riunioni tra la stessa Corea del Nord, gli Stati Uniti, la Corea del Sud, la Cina e il Giappone, tenutesi tra il 2003 e il 2005 e interrotte dieci mesi fa per volontà di Pyongyang. Rimane il bastone, ma qui gli interessi delle potenze interessate divergono. L’unica soluzione sicuramente efficace, viste le disastrose condizioni economiche della Corea del Nord, sarebbe di prenderla per fame. Per ottenere questo, bisognerebbe che la Cina, la Corea del Sud e in misura minore anche la Russia le tagliassero completamente gli aiuti in prodotti alimentari, petrolio e cemento che oggi ne garantiscono la sopravvivenza.

Non è da escludere che i cinesi, offesi perché tutti i loro inviti alla moderazione sono stati ignorati, si decidano a muoversi in questa direzione. Ma sia Pechino, sia Seul, temono un collasso violento del regime, con relativa fuga di milioni di profughi verso i loro rispettivi Paesi e una destabilizzazione permanente dell’intera regione.

Rischio terrorismo
L’interesse a impedire che la Corea del Nord diventi l’ottava – e sicuramente più pericolosa e instabile – potenza nucleare, è comunque abbastanza diffuso per garantire che il Consiglio di Sicurezza non si fermerà alle parole. Per gli Stati Uniti, i timori sono soprattutto due: primo, che Pyongyang, che rifornisce già dei suoi missili l’Iran, la Siria e altri Paesi ostili a Washington, si metta a vendere la sua tecnologia nucleare a movimenti terroristici che potrebbero utilizzarla per attentati, senza neppure rischiare una ritorsione; secondo, che l’incapacità dell’Onu di fermare la Corea del Nord si rifletta anche sui programmi nucleari dell’Iran, rafforzando in Ahmadinejad la certezza dell’immunità che sembra averlo guidato fin qui. Non per nulla, gli Stati Uniti hanno avvertito che “la Corea del Nord può avere queste armi, o un futuro, ma non entrambe le cose”.

Per il Giappone, che ha appena eletto un nuovo primo ministro molto sensibile al ruolo internazionale del suo Paese, e per la Corea del Sud, che da sempre teme la potenza militare dei “fratelli separati”, è soprattutto una questione di equilibri strategici. Se l’Onu non riuscirà a fermare Pyongyang, è probabile che anche Tokio, che già dispone della tecnologia necessaria, e Seul, che non ne è lontana, decidano di dotarsi a loro volta dell’atomica.

Per non finire alla mercè dei ricatti di Kim Jong-Il cercheranno, cioè, di stabilire un “equilibrio del terrore” regionale, simile a quello che ha impedito alla guerra fredda di diventare guerra vera. Ma anche per Cina e Russia, i due Paesi del sestetto politicamente più vicini a Pyongyang, la prospettiva di avere un vicino dotato dell’arma atomica non può essere rassicurante; e Pechino, sempre molto attenta alle forme, non dimenticherà facilmente l’indifferenza con cui Kim ha trattato le sue esortazioni a non “prendere iniziative destabilizzanti”.

Segno di forza o di debolezza?
Ora le Cancellerie si interrogano se una marcia indietro di Kim è ancora concepibile. Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di ricatto, per strappare altre concessioni, oppure i coreani sono davvero decisi a procedere con il loro programma mettendosi così idealmente all’avanguardia di quella nascente alleanza antiamericana costituita dall’Iran, dal Venezuela e da Cuba? E se fosse così, basterebbe un programma di sanzioni pesanti, comprendente eventualmente anche un blocco navale, per indurli a cambiare idea? Le ragioni che adducono per il loro programma nucleare – la necessità di difendersi da una aggressione americana – sono evidentemente pretestuose. Quella vera potrebbe essere la estrema debolezza del regime, che con queste esibizioni muscolari spera di salvarsi dai suoi problemi interni.