IAI
Darfur

Una tragedia inevitabile?

26 Set 2006 - Carlo Calia - Carlo Calia

Il mandato della African Union Mission in Sudan (Amis) in Darfur è stato esteso di tre mesi, sino a dicembre. I suoi 7mila soldati, mal equipaggiati e mal diretti, sono pur sempre un ostacolo alle azioni di guerra e saccheggio omicida di Janjaweed, guerriglieri e forze governative. In teoria l’Amis dovrebbe essere sostituito o fiancheggiato dal corpo di spedizione di 20.500 militari previsto dalla risoluzione Onu approvata in agosto. L’operatività di questa ultima è però condizionata all’assenso del Governo sudanese, che lo rifiuta decisamente.

Nel nord del Darfur, intanto, Khartoum ha concentrato 10mila soldati, mentre il grosso dei guerriglieri intende continuare a battersi. Sul terreno sono, in effetti, riprese azioni di guerra e dalla battaglia non sono assenti i Janjaweed, gli irregolari nomadi arabi che, con l’appoggio governativo uccidono, saccheggiano e bruciano i villaggi delle popolazioni prevalentemente africane nelle aree dove è presente la guerriglia. Il Governo sudanese ha evidentemente deciso di tentare nuovamente di chiudere la questione con la forza. Le Organizzazioni umanitarie segnalano che già adesso non assistono più mezzo milione di persone e che, se le attività belliche dovessero estendersi, a parte le vittime dirette del conflitto, i tre milioni di persone che dipendono dall’assistenza internazionale saranno abbandonati al loro destino.

Speranze deluse
Pochi mesi fa era invece sembrato che il problema stesse per avviarsi a soluzione. Un accordo era stato concluso ad Abuja, in maggio, tra il Governo sudanese e il principale movimento ribelle in Darfur, il Sudan Liberation Army (Sla), mentre a New York era in corso di preparazione la risoluzione sul contingente Onu che ne avrebbe garantito l’applicazione. Cina e Russia avevano evitato di ostacolarne i lavori, ritenendo che, nel nuovo clima, Khartoum avrebbe accettato i soldati delle Nazioni Unite.

In effetti l’Accordo di Abuja era sostanzialmente conveniente per Khartoum, riflettendo del resto quella che era la situazione sul terreno. Ma subito dopo la sua firma, lo Sla si è diviso tra fazione Fur, la più numerosa, che vuole continuare la lotta, e quella Zaghawa, le cui bande hanno addirittura attaccato villaggi dell’etnia dissenziente, utilizzando i medesimi metodi dei Janjaweed. Episodio liberatorio per Khartoum. I guerriglieri hanno infatti provato, a questo punto, di essere altrettanto responsabili del Governo sudanese negli eventi in Darfur.

Il quadro internazionale
Condoleezza Rice ha riaffermato alle Nazioni Unite, nei giorni scorsi, la necessità di accettare l’intervento delle Forze dell’Onu e porre fine a quella tragedia umanitaria. Ma gli uomini al potere a Khartoum hanno una comprensione chiara delle situazioni internazionali e le sfruttano con molta abilità.

Le pressioni di Washington erano state determinanti, negli anni 2003-2004, nel convincere i dirigenti sudanesi a porre fine al ventennale conflitto nel Sud. Per gli Stati Uniti, non secondarie considerazioni geopolitiche erano presenti, in aggiunta agli aspetti umanitari e di politica interna. Vari conflitti o situazioni di guerriglia sono attivi o potenzialmente tali nei paesi confinanti l’immenso Sudan. Si trattava dunque di stabilizzare una vasta area nel Corno d’Africa. Gli eventi in Medio Oriente, inoltre, alimentano nel mondo arabo una crescente ostilità nei confronti del mondo occidentale.

Aveva perciò un notevole valore dare un esempio di pacificazione da un lato tra musulmani e cristiani (o almeno classificati come tali), dall’altro, dal punto di vista razziale, tra africani e arabi. Ma nel problema del Sud vi erano in gioco altri elementi. L’esercito sudanese non era in grado di sconfiggere il Sudan People’s Liberation Army (Spla) che, diretto con mano ferrea da John Garang, aveva ormai in campo una forza permanente e sufficientemente disciplinata di oltre 100mila persone. Questa forza era in grado di impedire lo sfruttamento del petrolio, divenuta nel frattempo la principale fonte di reddito dello Stato sudanese.

I fallimenti dell’Onu
Anche Kofi Annan teneva molto a ottenere dei risultati positivi in Sudan per far dimenticare la disastrosa performance delle Nazioni Unite, e sua personale nella terribile crisi del Ruanda. Dopo l’accordo di pace con l’Splm al Sud, nel gennaio 2005, le organizzazioni dell’Onu operano dunque ampiamente in quella regione, con circa 10mila persone e il dispiegamento di una ampia forza militare di controllo. Un dato paradossale, considerando l’acuto contrasto col Governo sul Darfur. Malgrado ciò sembra difficile che l’Onu possa adesso effettuare interventi determinanti in quella regione.

Innanzitutto le Nazioni Unite sono impegnate in molti fronti e non sono disponibili altri soldati per il Sudan. Vi è poi la questione petrolio, il principale prodotto sudanese, che fa gola a molti importanti paesi, come ad esempio l’India. La Cina in particolare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, è da tempo presente in questo settore. I cinesi hanno costruito l’oleodotto sudanese nel 1999 e possiedono il 75% delle azioni della società proprietaria dell’impianto.

Quasi tutti i Paesi della regione, inoltre, sono sostanzialmente schierati dal lato di Khartoum, non solo quelli apertamente alleati del Governo sudanese. Inutile dire, poi, che i Paesi arabi appoggiano il Governo sudanese, come è stato platealmente provato dalla sessione della Lega Araba tenutasi simbolicamente proprio a Khartoum nel 2005, con la sola modesta penalità della rinuncia del Sudan a presiedere la riunione.

Timori di anarchia
È poi presente un altro elemento nel corso delle vicende e negoziazioni sulle varie crisi sudanesi. Washington ed i suoi alleati occidentali nutrivano e nutrono gravi timori sulle conseguenze di un collasso del regime al potere in Sudan. La varietà e l’estrema litigiosità dei gruppi politici, etnici e religiosi della popolazione sudanese fanno intravedere, in questo caso, una situazione di completa anarchia. Un’altra e gigantesca Somalia proprio nella zona cerniera tra mondo arabo e mondo africano, tra l’altro geograficamente vicina ai giacimenti di petrolio dell’Arabia Saudita? Nessuno contempla questa possibilità con leggerezza, meno che mai i Paesi confinanti, amici o nemici che siano. Anche l’Egitto, il più importante paese confinante e centrale Paese arabo, teme imprevedibili cambiamenti nell’area del Nilo, la sua indispensabile fonte di approvvigionamento idrico.

In materia di terrorismo, infine, il Sudan è passato da paese simpatizzante dei terroristi a paese a loro ostile. A parte gli aspetti di politica interna, il governo sudanese ha capito che questa era una questione che ledeva interessi vitali delle più ricche e potenti nazioni al mondo. Perciò Khartoum mantiene da tempo relazioni di collaborazione attiva con i Servizi di Intelligence stranieri. Ciò gli assicura un’approvazione poco visibile, ma non per questo secondaria, in vari ambienti di governo occidentali. Soprattutto negli Stati Uniti.

A Khartoum si registra un notevole boom economico grazie all’aumento del prezzo e della produzione di petrolio, reso possibile dalla cessazione della guerriglia nel Sud. Un boom limitato alla sola capitale, ma rassicurante per i dirigenti sudanesi, che dispongono adesso di rilevanti fondi aggiuntivi per appoggiare le loro clientele nelle altre regioni e finanziare nuove operazioni militari. Ovviamente, anche l’evoluzione della situazione in Medio Oriente e in Afghanistan rende difficili decisivi interventi occidentali.

Il Darfur sembra, dunque, destinato ad essere il primo caso al mondo nel quale continuano uccisioni di massa perfettamente note, senza serie reazioni dalla Comunità internazionale.