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Israele e Nazioni Unite

Una diffidenza da superare

4 Set 2006 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

L’assioma che ha contraddistinto per anni la strategia politico-militare di Israele nei riguardi dei suoi vicini arabi è stato il ritenere che l’unica garanzia di sicurezza risiede nella forza e nella capacità di autodifesa. Tale convinzione affonda le sue radici nella storia: nella storia di quel giovane Stato e, più profondamente, nella lunga storia del popolo ebraico, fatta di esilio, espulsioni, persecuzioni, solitudine.

La stessa nascita dello Stato di Israele, contro il colonialismo britannico e l’opposizione violenta del mondo arabo, a pochi anni dal genocidio hitleriano, si è fondata su una primordiale esigenza di sopravvivenza in un mondo ostile. La legalità di Israele risiede nel Piano di spartizione delle Nazioni Unite del 1947, e quindi il suo diritto ad esistere come Stato sovrano proviene direttamente da una decisione della comunità internazionale; ma la sua legittimità etico-politica sta nel diritto di un popolo di autodeterminarsi e di esistere in pace e sicurezza.

Un paese “normale”
Era questo l’obiettivo del sionismo sorto poco più di un secolo fa come movimento di emancipazione nazionale degli ebrei: un luogo fisico, nella terra di Israele (o piuttosto su una frazione di essa) dove gli ebrei fossero maggioranza, soggetti del proprio destino, un popolo “normale” nel concerto delle Nazioni sovrane. Come gli eventi di ogni giorno ci ricordano, uno Stato sovrano non significa di per sé sicurezza fisica per i suoi abitanti, né la rimozione della condizione ebraica di precarietà e angoscia. Anzi il diritto di Israele a esistere come Stato accettato nella sua integrità e sicurezza nel Medio Oriente è ancora oggi messo in forse.

La diffidenza di Israele nei confronti dell’Onu è fondata su un’amara esperienza storica: dall’abbandono nel maggio 1967 da parte delle forze dell’Onu insediate sui confini con l’Egitto, al pervicace preconcetto anti-israeliano di una sequela di Risoluzioni dell’Onu per anni e anni. Il superare la diffidenza non può essere compito soltanto di Israele, ma anche della comunità mondiale, che deve farsi carico concretamente della difesa del diritto all’esistenza di uno Stato membro dell’Onu, ancora rigettato a quasi 60 anni dalla sua fondazione.

La Risoluzione 1701, che contempla una forza di interposizione (Unifil) sul confine fra Israele e Libano volta a rafforzare la tregua in atto, a restituire sovranità allo Stato libanese sul suo territorio e a disarmare le milizie illegali, è un successo diplomatico di Israele dopo una guerra non vinta sul campo. Essa sancisce il riconoscimento da parte della comunità delle Nazioni del suo fondato diritto di autodifesa e della necessità di proteggere Israele dagli aggressori vicini (Hizbollah) e lontani (Iran).

Funzione di stabilizzazione
L’azione dell’Unifil sarebbe più facile se essa fosse chiamata a verificare e consolidare il rispetto di un accordo già in qualche modo accettato fra le parti, come nel caso di Israele-Egitto nel 1979 o di Israele-Siria nel 1974, in cui gli attori siano disposti a osservare gli accordi e ad attenersi agli obblighi pattuiti. Non è per ora questo il caso fra Israele e Hezbollah, ma la presenza dell’Onu in sostegno all’esercito libanese eserciterà una funzione stabilizzatrice sul terreno.

Infine, non è compito di Israele affrontare, tanto meno da solo, l’Iran. È un imperativo del mondo intero. Forse uno dei pochi esiti positivi della guerra è il fatto di avere rivelato con maggiore chiarezza al mondo le volontà egemoniche dell’Iran e la necessità di contrastarle.