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Turchia

L’Unione si allontana

14 Set 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

Tra pochi giorni sarà trascorso un anno dal tormentato avvio dei negoziati per l’adesione della Turchia all’Unione europea: un anno è molto poco per una trattativa che, anche nelle previsioni più ottimistiche, dovrebbe durarne da dieci a quindici. Tuttavia, nonostante la riservatezza che circonda i lavori è già possibile tracciare un primo, sommario bilancio, e per i fautori dell’ingresso di Ankara nella Ue, c’è poco di cui rallegrarsi. Possiamo anzi dire senza timore di sbagliare che – il 3 ottobre 2006 – le probabilità di successo del negoziato, che Bruxelles si è comunque riservata il diritto di interrompere in qualsiasi momento, sono inferiori a quelle, già non esagerate, del 3 ottobre 2005.

Il quadro è cambiato
Sono, anzitutto, cambiate le circostanze politiche. In Germania è andata al potere Angela Merkel, da sempre ostile a una piena adesione della Turchia all’Unione e favorevole, invece, a una “relazione speciale” di cui Ankara non vuole neppure sentir parlare. In Francia, aumentano ogni giorno le probabilità che nella prossima primavera assurga alla presidenza Nicolas Sarkozy, che, in un discorso dedicato alla sua visione dell’Europa si è pronunciato contro il proseguimento del negoziato.

Anche da parte turca, all’entusiasmo iniziale è subentrato un atteggiamento di critica e di risentimento per i continui “moniti, critiche e manovre ritardanti” da parte di Bruxelles, che sta influenzando negativamente l’opinione pubblica. Mentre due anni fa il consenso popolare superava l’80 per cento, oggi arriva a stento al 50: i turchi, che erano favorevoli all’Europa soprattutto perché speravano in un rapido miglioramento del loro tenore di vita, si stanno gradualmente rendendo conto che la strada di Bruxelles è lastricata di sacrifici, rinunce e anche umiliazioni e, probabilmente, non porterà neppure quel libero accesso all’Unione che alletta i milioni di giovani disoccupati.

A complicare la situazione c’è stata, recentemente, anche la raffica di attentati contro le località turistiche turche da parte di estremisti curdi: una dimostrazione che il problema di questa minoranza – che ammonta a 12 milioni di persone e il cui status rientra nel contenzioso – è lungi dall’essere risolto. Paradossalmente, sono contrari all’ingresso nella Ue sia i curdi che mettono le bombe, sia i militari incaricati di reprimere la ribellione e che temono, giustamente, che l’adesione alla Ue li priverebbe di una parte del loro attuale potere. In un certo senso, per la Turchia sarebbe stato meglio se gli attentati fossero stati opera, come quelli precedenti, dei fondamentalisti islamici, perché questo li avrebbe fatti apparire più vicini a noi.

Il problema islamico
Oltre che verso gli europei, i sentimenti dei turchi sono mutati anche nei confronti dei tradizionali alleati americani, grandi sponsor della loro ammissione alla Ue, e degli israeliani, con cui Ankara ha sempre mantenuto rapporti di collaborazione politica e militare. Il premier Erdogan, infatti, ha fatto molta fatica a convincere il Parlamento ad approvare l’invio di un contingente turco di un migliaio di uomini per rafforzare l’Unifil lungo il confine israeliano-libanese; e la prospettiva del loro arrivo non è stata certo salutata a Gerusalemme con lo stesso favore che avrebbe incontrato ancora un anno fa.

Intanto, a Bruxelles, riprendono forza tutte le obiezioni all’adesione della Turchia che avevano quasi fatto saltare il negoziato prima ancora che iniziasse: i pericoli connessi all’ingresso di 70 milioni di musulmani (ma nel 2025 saranno 90, facendone il Paese più popoloso dell’Unione), di cui una percentuale sia pure piccola simpatizza certamente per i fondamentalisti; i 28-30 miliardi di Euro che sulla base delle regole attuali la Turchia costerà alle casse dell’Unione, sotto forma di fondi agricoli e strutturali, sottraendoli agli altri Paesi; l’enorme divario del reddito pro-capite, che oggi in Turchia è un quarto della media Ue e, anche tenuto conto di un tasso di sviluppo superiore, impiegherà un buon secolo a mettersi in pari.

Se l’avvio del negoziato, un anno fa, fu sostanzialmente un espediente per rinviare la decisione di fondo, oggi ci si chiede se sia una buona idea proseguire su una strada che ha sempre più l’aria di non avere sbocco: perché, anche se in nome della Realpolitik i Governi finissero con il dire sì all’adesione, ci penserebbero quasi certamente i referendum già programmati in vari Paesi, tra cui la Francia, a vanificare il tutto.