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L’Iran e il nucleare

La bomba per ora non c’è, ma il problema sì

20 Set 2006 - Mario Arpino - Mario Arpino

Se l’Iran fosse ancora governato da un ragionevole Scià, oppure da un severo generale alla Musharraf, o anche da un dittatore duro e puro come quello nord-coreano, e non fosse la Repubblica Islamica che invece è, la questione di un nucleare-che-non-c’è sarebbe oggi una disputa come tante altre. La realtà però è diversa. Al di là delle incredibili violenze verbali dell’ineffabile Mahmoud Ahmadinejad, l’Iran clericale, da Ruhollah Khomeini in poi, si è costruito meritatamente la fama di Entità destabilizzante nei riguardi dell’Arabia Saudita, del Libano e della situazione generale in Medio Oriente, fornendo supporto materiale e ideologico alle forze confessionali più intransigenti. La questione del possesso dell’arma nucleare è quindi problema reale.

I fattori di incertezza
Ci sono tuttavia una molteplicità di fattori da analizzare prima di cercare di delineare una via d’uscita praticabile. Il primo si presenta come un quesito articolato, riguardando l’effettiva esigenza di energia nucleare da parte dell’Iran e l’attendibilità della dichiarazione, spesso reiterata, che essa verrà utilizzata esclusivamente per fini pacifici. La risposta alla prima parte della domanda sembrerebbe essere un “si” abbastanza netto. Negli ultimi venticinque anni il consumo di energia è salito vertiginosamente, di pari passo con l’aumento del tasso di natalità, portando il paese al diciassettesimo posto tra i consumatori. Anche se la produzione di petrolio è stata aumentata, questa resta quasi l’unica fonte di reddito primario. Considerato l’isolamento del paese causato dal regime, l’Iran rischia di passare da paese esportatore a importatore di energia.

La risposta alla seconda parte del quesito è un “no” quasi altrettanto netto, e questo è il problema. I negoziatori continuano a parlare di uso pacifico e di osservanza del trattato, ma non spiegano perché un’attività legittima sia stata tenuta nascosta per dieci anni. Altro fattore da considerare è la sostanziale suddivisione degli ayatollah in due gruppi.

Il primo, quello della linea dura, pone la sicurezza del regime in termini prevalenti rispetto alla situazione socio-economica, immaginando la Repubblica Islamica come indiscussa grande potenza regionale, in grado di far fronte all’America e di porre sotto tiro Israele. Per loro, la bomba atomica è ovviamente strumento indispensabile e prioritario.

Il secondo gruppo, o dei riformatori pragmatici, vedrebbe invece la sicurezza del regime consolidarsi attraverso la crescita economica e il mantenimento di bassi prezzi per l’energia, ottenibile solo con il nucleare. Il popolo, che con molta probabilità non sarà mai chiamato a scegliere tra burro e cannoni, vede oggi come un sopruso ogni impedimento a disporre di una fonte energetica nucleare..

Divisi nel decidere
Oggi siamo nella situazione in cui non solo il mondo libero, ma anche quello che si atteggia a tale, si trova nella necessità di decidere qualcosa in proposito. Le decisioni possono spaziare tra quella di non fare nulla, cioè rimandare tutto a improbabili decisioni dell’Onu – e di questo, temo, avremo nuova conferma assai presto – o fare effettivamente qualcosa, senza però sfasciare qualcos’altro.

La posizione dei principali attori internazionali è nota. Gli Stati Uniti, che non hanno relazioni con Teheran dai tempi dell’assalto all’ambasciata, al momento ritengono utile che sia l’Unione europea, e per essa Francia, Germania e Regno Unito, a cercare di trattare con i plenipotenziari degli ayatollah. Il risultato finora è stato deludente, ma solo per noi. Perché, nel frattempo, migliaia di turbine probabilmente stanno continuando a girare nei sotterranei di Natanz, Bushehr e Arak.

D’altro canto, se gli intransigenti di entrambe le parti prevalessero, difficilmente sanzioni dure fermerebbero la costruzione della bomba. La renderebbero solo più costosa, esacerbando la popolazione contro un Occidente strangolatore.

Gli Stati Uniti, tuttavia, chiederanno al Consiglio di Sicurezza una risoluzione nell’ambito del capitolo settimo della Carta, dove si parla di “minaccia alla pace”. Russia e Cina, pur concordando in parte, si dissoceranno non solo dall’azione militare, sia pure improbabilmente espressa dalla farisaica formula dell’intervento “con tutti i mezzi consentiti”, ma, probabilmente, anche da una proposta di sanzioni severe. Francia e Regno Unito, in un primo momento appoggeranno solo una proposta di sanzioni simboliche e la prosecuzione di un’ incisiva azione diplomatica. Le turbine, nel frattempo, continueranno a girare.

Alla ricerca del tempo perduto
A questo punto, è ormai chiaro che un cambio di regime non è percorribile e un’ azione militare non è praticabile senza ulteriori disastri. Nel contempo, accertato che il problema è urgente e che non si risolve restando a guardare, non resta che utilizzare a fondo una via diplomatica forte, spregiudicata, accompagnata da proposte economiche sostanziose, che faccia leva sulle diversità tra gli ayatollah intransigenti e quelli pragmatici. Come abbiamo visto anche nei giorni scorsi nell’ambito dei colloqui tra Solana e il negoziatore Larijani, la prassi iraniana è sempre quella di lasciare una porta socchiusa, pur mantenendo alta la pressione verbale.

È da questa porta socchiusa che gli Stati Uniti devono ora cercare di inserirsi come garanti, magari per rassicurare in gran segreto Teheran e il suo regime sul proprio futuro. Se per l’Iran il problema è di sicurezza nell’area, come vorrebbero i pragmatici, e non di egemonia, allora il “giochino” potrebbe funzionare. Altrimenti, è bene che cominciamo a rassegnarci a trascorrere, nel migliore dei casi, altri cinquant’anni di guerra fredda. Perché, se continuiamo così, prima o poi gli ayatollah avranno la loro bomba.