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Medio Oriente

Israele e la lezione della guerra in Libano

4 Set 2006 - Carlo Calia - Carlo Calia

Per la maggioranza degli israeliani l’ultimo conflitto in Libano si è concluso con una sconfitta. La decisione di lanciarsi in una grande operazione “shock and awe” in quel paese presenta delle analogie con quanto tentato dagli Usa in Iraq. Come risultato gli hizbollah hanno acquisito nuovo prestigio e Israele ha danneggiato la sua reputazione. Forse una scelta più conveniente sarebbe stata quella di un attacco militare violento, ma limitato alle zone di frontiera, accompagnato da azioni diplomatiche per porre freno alle azioni degli hizbollah, naturalmente con l’opzione dell’offensiva su vasta scala ben presente sullo sfondo. Probabilmente il risultato raggiunto non sarebbe stato diverso da quello ottenuto ora, dopo tanti danni per il Libano e per Israele stessa.

Il timore più serio degli israeliani è che l’operazione abbia ridotto l’effetto deterrente del potere militare israeliano, visti gli errori di Tsahal in materia di organizzazione e di valutazione sull’uso dello strumento militare più appropriato per la situazione. Non è detto che sia proprio così, al di là dell’effetto euforico che la resistenza militare degli hizbollah ha provocato nelle popolazioni musulmane della regione. A Teheran ed ancor di più a Damasco hanno certo ben valutato le terribili distruzioni inflitte alle strutture civili e militari in Libano. Pochi dubbi devono lì esservi sulle dimensioni dei danni che potrebbero essere inflitti ai loro paesi in caso di scontro militare con Israele. Ma questo appare comunque un round perso per Gerusalemme, con inevitabili conseguenze di politica interna.

La politica della forza
Il dibattito centrale che potrebbe ora riprendere nuovamente, non solo in Israele ma anche altrove, è quello dei limiti e della convenienza dell’uso della forza per risolvere il problema della sopravvivenza dello Stato israeliano. Dibattito interrotto una prima volta dall’uccisione di Rabin e poi dal fallimento del generoso tentativo di accordo di pace sulla Palestina tentato da Barak. Nell’attuale situazione in Israele di frustrazione e insoddisfazione, è naturale che le operazioni militari in Palestina continuino e che Olmert manifesti intransigenza nell’interpretazione della Risoluzione Onu che ha posto fine al conflitto in Libano. Ma è lecito sperare che successivamente vi sia un riesame dei termini fondamentali del conflitto arabo-israeliano.

Essi sono riassunti in un libro straordinario scritto da Shlomo Ben-Ami, ex-ministro degli esteri israeliano nel governo Barak, personaggio difficilmente sospettabile di essere un nemico di Israele. Egli ha tracciato un panorama storico del problema, a cominciare dall’azione del Sionismo sino alla sparizione per malattia di Sharon.

Le colpe arabe e israeliane
Nel corso della loro storia i leader politici israeliani hanno fatto un uso deciso della forza, in certi casi della loro iniziale epopea anche di strumenti terroristici. Ma alla forza essi hanno aggiunto la capacità di accettare delle soluzioni di compromesso che tenevano conto della situazione regionale e dei rapporti di forza internazionale. Invece i leader arabi – e ancor più quelli palestinesi dal fanatico Mufti di Gerusalemme Amil el-Hussein sino all’elusivo doppiogiochista Arafat – hanno sempre perseguito impossibili sogni di rivincita o di astratta “giustizia”, evitando la ricerca seria di pragmatiche soluzioni di compromesso.

Ben Ami tuttavia nota che gli israeliani, da parte loro, dopo straordinarie azioni militari “sono precipitati in una orgia di ubriacatura politica e trionfante militarismo che ha accecato gli occhi dei leader israeliani, impedendogli di vedere le reali opportunità aperte dalle sfolgoranti vittorie militari, non quelle “Messianiche” di occupazioni di altri territori appartenenti agli antichi regni giudaici. È sorto così un espansionismo territoriale israeliano, su basi essenzialmente religiose, che ha fatto nascere un accanito nazionalismo palestinese, fiancheggiato dai ricorrenti sogni di distruzione dello Stato israeliano da parte di feroci dittatori arabi, terroristi od irresponsabili politici populisti.

L’interesse fondamentale di Israele
Gli israeliani perseguono, naturalmente, l’obiettivo fondamentale della sicurezza e prosperità del loro Stato, così faticosamente creato a seguito di veri miracoli di abilità e sforzi eroici, nonché di drammatici eventi storici che hanno portato al massacro del nucleo centrale della loro comunità con metodi che il tempo è incapace di far dimenticare. Ma sino al 1967 il sentimento della superiorità militare era bilanciato da una giustificata paura di essere alla fine annientati dalla superiorità numerica araba. Successivamente la sensazione di illimitato potere militare ha fatto venire meno questo timore. Tuttavia per difendersi le armi sono solo uno degli strumenti a disposizione che, inoltre, in Medio Oriente è diventato di complicata utilizzazione. Lo scontro in Libano ha fornito agli israeliani delle indicazioni chiare su questa questione. Non nuove del resto in relazione a quel paese, come Sharon in particolare aveva già sperimentate negli anni ottanta.

Gli israeliani non possono non essere coscienti dei limiti posti dalla loro stessa cultura politica e sociale all’uso delle armi. Inoltre permane sempre l’immenso hinterland arabo, in eterno tumulto e che permette di incassare una sconfitta dopo l’altra, per riprendere di nuovo un altro round, ogni volta su di un piano o con attori diversi. A questo punto, sarebbe forse più conveniente per i fondamentali interessi di Israele risolvere presto il problema palestinese su realistiche basi di compromesso. Contemporaneamente, qualunque siano gli umori in materia a Washington, trovare l’accordo con la Siria sul Golan, con l’appendice, per il Libano, della insignificante questione delle cosiddette fattorie di Shebaa.