IAI
Transatlantic Trends 2006

Il declino della leadership americana

6 Set 2006 - Antonio Missiroli - Antonio Missiroli

Ciò che più colpisce nei risultati di questa quinta serie di Transatlantic Trends – senza però sorprendere troppo, forse, gli osservatori più smaliziati – è il fatto che le vere divisioni negli orientamenti degli intervistati non si situano tanto fra europei e americani: le differenze forse più profonde si registrano infatti piuttosto all’interno del pubblico americano, essenzialmente fra repubblicani e democratici. Che si tratti dell’opportunità (e dell’utilità) di ricorrere alla forza militare, dell’equilibrio da mantenere fra lotta al terrorismo e tutela dei diritti individuali, o della compatibilità o meno fra Islam e democrazia, la vera polarizzazione è fra la maggioranza degli europei e la parte degli americani che si definisce “repubblicana”.

C’è del resto uno scarto notevole (quasi venti punti percentuali) fra la fiducia degli europei nell’amministrazione Bush – bassissima – e quella nella leadership americana in generale, la cui desiderabilità pure è scesa drammaticamente dal 2002: è auspicata da una maggioranza relativa degli intervistati solo in Olanda, Romania e Gran Bretagna. E questa situazione pare ripercuotersi ora anche sulla Nato: per la prima volta da quando viene condotto il sondaggio, infatti, l’appoggio all’Alleanza – pur restando maggioritario – risulta più forte negli Usa che in Europa, dove è sceso soprattutto in paesi tradizionalmente “atlantisti” come Germania, Polonia e Turchia. Curiosamente, anzi, il solo paese europeo in cui la popolarità Nato conosce un recupero marginale è la Francia. Viene quasi da chiedersi – anche in vista dell’importante Consiglio Atlantico di novembre a Riga – se questi spostamenti non siano in qualche modo legati anche a ciò che l’Alleanza oggi fa (o non fa) in Europa e altrove.

Francia più decisa, ma Turchia in bilico
Le sole questioni su cui persiste una chiara divergenza di opinioni fra europei e americani sono la gravità da attribuire al surriscaldamento del pianeta, e i mezzi preferibili con cui convincere l’Iran a rinunciare all’arma atomica: il 36 % degli americani indica infatti sanzioni finanziarie e commerciali, il 46 % degli europei incentivi economici. Ma anche queste non sono vere sorprese, come nome non lo è la riluttanza europea a ricorrere all’uso della forza militare, sia in generale che in caso di fallimento della democrazia. Spicca semmai, in ambito Ue, la maggiore disponibilità in questo senso dei francesi, quanto meno nei confronti di Teheran (e comunque prima della guerra in Libano). Al contrario, il pubblico turco appare sempre più tiepido nei confronti sia degli Usa che dell’Ue, e simpatizza invece sempre più per l’Iran.

Fino a che punto le percezioni dei cittadini possono o devono influenzare quelle dei loro dirigenti? E quale è la leadership migliore: quella che vuol essere in sintonia con l’opinione pubblica, o quella che intende resisterle? Difficile dare una risposta univoca, che probabilmente non c’è. Ma proprio per questo è interessante confrontare gli orientamenti dei cittadini con quelli delle élite comunitarie – i funzionari Ue e i parlamentari europei (che si situano un pò a metà strada fra cittadini e funzionari) – rilevati nel sondaggio Circap, condotto più o meno nello stesso periodo e con le stesse domande, e con una copertura “nazionale” quasi identica.

Un ministro degli Esteri per l’Europa?
Gli aspetti che saltano più agli occhi sono tre. Primo, parlamentari e funzionari europei sono molto più “atlantisti” dei cittadini, vuoi nel considerare desiderabile la leadership di Washington (ma non di Bush, che si salva in parte solo fra gli eurodeputati), vuoi nel ritenere ancora fondamentale la Nato. Secondo, soprattutto i funzionari Ue tendono a sdrammatizzare sia le minacce alla sicurezza collettiva (Iran nucleare, terrorismo, fondamentalismo islamico, immigrazione) che la prospettiva di un futuro ingresso della Turchia nell’Ue. Terzo, rispetto ai cittadini, i dirigenti Ue appaiono più disponibili a imporre sanzioni politiche e a sostenere dissidenti e società civile per promuovere la democrazia, ma ancora più scettici sul ricorso alle sanzioni economiche e alla forza militare.

Difficile, appunto, stabilire se queste differenze di giudizio fra élite e cittadini europei siano indicatori di un presunto “deficit democratico” nell’Ue, ovvero normali sfumature legate al diverso livello di informazione e di responsabilità degli intervistati. Su una questione, tuttavia, eletti, elettori e burocrati concordano ampiamente (le percentuali vanno dal 70 % fra i cittadini al 96 fra i funzionari): l’Unione deve avere un suo “ministro degli Esteri” e dargli l’autorità per agire. Non ci sono alibi, insomma: l’anno prossimo, quando nell’Ue si ricomincerà a discutere di riforme istituzionali, il confronto non dovrà e non potrà – almeno su questo punto – ripartire da zero.