IAI
Crisi Israele-Libano

Europei senza Unione

12 Set 2006 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

La missione Onu in Libano è realmente decollata solo dopo una riunione del Segretario Generale Kofi Annan con il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea: questo è certamente un riconoscimento dell’importanza che sta assumendo l’Ue negli affari internazionali, specie in questo momento di grave debolezza della leadership americana. Tuttavia le cose avrebbero potuto andare meglio se l’Europa avesse dato prova di maggiore unità.

Che l’Onu si sia rivolta all’Ue non è un fatto sorprendente. L’attuale Ministro degli Esteri spagnolo è stato per molti anni l’inviato dell’Europa in Medio Oriente. L’Ue ha lanciato oltre dieci anni fa da Barcellona un’iniziativa multilaterale per il Mediterraneo in cui sono stabilmente presenti, fianco a fianco, Israele e i paesi arabi (anche quelli che non riconoscono lo stato ebraico).

Oltre venticinque anni or sono, da Venezia, gli europei per primi formalizzarono la loro iniziativa per la pace, sostenendo la necessità di creare uno stato palestinese, accanto a quello israeliano. L’Ue è il maggior sostegno finanziario dell’Autorità palestinese ed è uno dei membri del Quartetto, assieme con gli Usa, la Russia e le Nazioni Unite, che dovrebbe sostenere e guidare il processo di pace. Una delegazione europea è al centro delle trattative internazionali con l’Iran sull’arricchimento dell’uranio.

Appariva quindi logico e quasi naturale che ad impegnarsi ai confini del Libano con Israele, nella maggiore iniziativa internazionale di pace tentata in Medio Oriente negli ultimi anni, dovesse essere l’Europa, sia pure sotto il mandato delle Nazioni Unite. E così di fatto è stato, soprattutto grazie alle iniziative diplomatiche del governo italiano che hanno spinto l’Ue a sponsorizzare la nuova Unifil.

Ma l’Unione in quanto tale non è presente sul campo, e questo, oltre ad essere un peccato politicamente, potrebbe anche divenire un errore militarmente, se le cose non dovessero andare per il verso giusto.

Un intervento dell’Unione europea
Una missione europea, infatti, condotta con quella Forza di Reazione Rapida che è stata preparata per le “missioni di Petersberg” (e questa era un caso da manuale di tale casistica), magari appoggiata o rafforzata da alcuni di quei “gruppi di combattimento” europei che stiamo costituendo proprio a questo scopo, avrebbe avuto molti evidenti vantaggi, tra i quali:

– avrebbe chiuso definitivamente il capitolo della vecchia e fallimentare Unifil, iniziando una missione del tutto nuova e politicamente molto più credibile (mentre ora bisognerà faticosamente dimostrare che la “nuova Unifil” è del tutto diversa dalla vecchia… pur avendo lo stesso nome e lo stesso comandante della precedente!);
– avrebbe presentato l’Ue in Medio Oriente come un nuovo grande interlocutore internazionale, assicurando così una netta soluzione di continuità con molte altre passate esperienze mal recepite dalle popolazioni locali;
– avrebbe permesso la partecipazione, sotto bandiera e comando europeo, di tutti i paesi membri che avessero voluto impegnarsi, senza quelle problematiche politiche nazionali che oggi vedono i tedeschi timidi nei confronti di Israele o i francesi nei confronti della Siria;
– avrebbe garantito una maggiore credibilità e forza dissuasiva, poiché le forze dispiegate avrebbero avuto dietro tutto il grande potenziale militare, politico ed economico dell’Unione Europea (e della Nato), in modo diretto, e senza passare attraverso i difficili labirinti diplomatici del Palazzo di Vetro.

Purtroppo così non è stato e ci siamo dovuti contentare della soluzione “second best”, sufficiente, ma non pienamente. Ci sarà tempo e modo di capire precisamente perché e come si sia arrivati a questo strano compromesso, quando all’inizio era evidente una forte volontà collettiva europea e si parlava proprio di un ruolo per l’Ue in quanto tale. Ma, al di là dei dettagli ancora da scoprire e da scrivere, un punto sembra abbastanza chiaro: l’Ue è rapidamente scomparsa quando l’iniziativa è arrivata sul tavolo del Consiglio di Sicurezza. E’ stato in quella sede infatti che si è riscoperta l’Unifil e si è ricominciato a parlare di contributi nazionali di singole potenze da mettere sotto “comando Onu”. Anche la famosa riunione di Bruxelles con Annan ha visto formarsi una coalizione ad hoc tra i membri europei dell’Ue. Come mai?

Il mancato ruolo Ue nel Consiglio di Sicurezza
Le spiegazioni possono essere molteplici, legate alle preferenze politiche di questo o quel governo o di questa o quella potenza. E’ possibile ad esempio che la Francia, che per un certo tempo era diventata il maggior attore politico nel Consiglio di Sicurezza su questa questione, che sembrava voler offrire il grosso delle forze e che già aveva il comando di Unifil, abbia preferito mantenere in vita la vecchia struttura per evitare complicazioni politiche. Poi le cose si sono guastate e la Francia ha cambiato idea (sarebbe interessante capire precisamente perché: noi abbiamo solo vaghi sospetti che non è neanche il caso di menzionare), ma intanto il Consiglio di Sicurezza aveva già deciso e si è potuto solo metterci una pezza.

C’è però anche una ragione strutturale che spiega (anche se non giustifica) questa improvvisa sparizione dell’Europa dalla scena e cioè il fatto che l’Ue non è presente in quanto tale nel Palazzo di Vetro, mentre sono presenti gli stati nazionali (e in particolare le cinque potenze con diritto di veto).

Come già abbiamo visto durante quella specie di tragedia politica che fu la divisione europea sull’intervento americano in Iraq, l’assenza formale dell’Ue dalle riunioni del Consiglio di Sicurezza alimenta i comportamenti nazionali più schizofrenici e mal coordinati (o niente affatto coordinati) da parte dei paesi europei presenti in quella sede: uno che si affretta a schierarsi con Washington senza preavvertire nessuno, un altro che annuncia che mai e poi mai lo farà, sempre senza aver telefonato ai suoi colleghi europei, un terzo che si proclama campione dell’Onu multilaterale, ma dimentica l’Europa integrata, un quarto che, pur esercitando la presidenza dell’Ue, non trova di meglio che mettersi a sottoscrivere lettere improvvisate, invece di riportare la questione nel suo naturale alveo istituzionale. Questa volta è andata nettamente meglio, per fortuna, ma pur sempre peggio di come sarebbe potuta andare se ci fosse stato qualcuno a New York in grado di ricordare ai governi riuniti in Consiglio che gli anni della Pace di Westfalia sono invero molto lontani da quelli del Trattato di Maastricht.

Il Trattato Costituzionale, purtroppo affondato dallo spettro minaccioso degli idraulici polacchi che avrebbero dovuto invadere la Francia (altro che scherzi!), prevede in effetti una tale presenza, sia pure senza diritto di voto, da parte del Ministro degli Esteri europeo o del nuovo Presidente Europeo. Ma purtroppo non siamo ancora a questo punto. Al contrario la Presidenza di turno finlandese, forse perché anch’essa temporaneamente assente dalle riunioni di New York, si è mostrata in questo caso particolarmente inesistente (salvo alcune dichiarazioni estemporanee che forse sarebbe persino stato meglio non ascoltare).

Il caso è chiuso, ma non dovremmo dimenticarlo. Può insegnarci qualcosa per il futuro.