IAI
La crisi del Libano

Una forza multinazionale: per che fare?

4 Ago 2006 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Una cosa è certa: non deve replicare il sostanziale fallimento dell’Unifil. Questa forza Onu, presente in Libano sin dal 1978, attualmente composta di circa 2000 soldati, è anche quella che ha sofferto più perdite, con 260 morti. Anch’essa, come quella di cui si parla in questi giorni, avrebbe dovuto “ristabilire la pace e la sicurezza” nel Libano meridionale e aiutare il governo di Beirut a riaffermare la sua piena sovranità su quelle terre. A essere buoni si può dire che essa ha svolto una rilevante attività umanitaria, ma non ha raggiunto nessuno degli altri, ben più necessari obiettivi.

Il problema risiede evidentemente nel suo mandato, nel suo armamento e nella sua effettiva capacità e autorità di usare la forza. Ma non basta. E’ difficile immaginare una forza delle Nazioni Unite, oggi, in grado di imporre la pace a contendenti come Israele e gli Hezbollah (per non parlare della Siria e dell’Iran). Si può invece facilmente concepire una missione militare autorizzata dall’ONU molto più numerosa e bene armata dell’attuale, con mandato robusto, che gli permetta di usare liberamente la forza, in grado di garantire la sicurezza di una fascia di terreno libanese e, forse, di contribuire a disarmare gli Hezbollah, in collaborazione con il governo e l’esercito libanesi, se vi è un accordo politico tra le parti, che ne permetta il dispiegamento pacifico: ma questa ipotesi non sembra ancora delinearsi, non tanto per volontà di Gerusalemme quanto per l’opposizione degli Hezbollah e dei suoi protettori.

Si potrebbe anche delineare un terzo scenario, che vedrebbe la collaborazione di Israele e della Lega Araba (o quanto meno del Libano, dell’Egitto, della Siria e della Giordania) per tentare un disarmo forzoso degli Hezbollah (obiettivo massimo), o quanto meno il loro allontanamento dalla zona di frontiera con Israele (obiettivo minimo), in cambio della pace. Un tale scenario, per alcuni aspetti, ricorda però quello che portò a suo tempo all’occupazione del Libano da parte della Siria, e richiederebbe quindi una partecipazione e un controllo molto più attento e massiccio da parte delle potenze occidentali e dell’Onu.

La chiave della pace, e del dispiegamento di una forza multinazionale efficace, risiede quindi ancora una volta nella capacità della diplomazia internazionale di individuare un compromesso efficace ed accettabile, malgrado le enormi difficoltà create. La diplomazia è al lavoro un po’ in tutte le direzione, inclusi l’Iran e soprattutto la Siria, cercando di superare il grave ostacolo dell’ancora irrisolto problema iracheno, che complica la situazione e rende difficile la conclusione di alleanze stabili con i paesi della regione.

Una volta trovata la formula politica bisognerà trovare gli uomini e definire con precisione il mandato e la struttura operativa e di comando della forza multinazionale. Il premier israeliano Olmert ha parlato di qualcosa di simile ad Enduring Freedom, la coalizione impegnata contro i talebani in Afghanistan. Questo presupporrebbe però un vero scenario di guerra: una forza combattente, da indirizzare presumibilmente contro gli Hezbollah. E’ del tutto improbabile che l’accordo politico vada in questa direzione.

Tuttavia, anche se gli obiettivi di una tale forza dovessero essere politicamente più equilibrati, bisognerà comunque prevedere la possibilità di interventi militari consistenti e soprattutto una notevole capacità dissuasiva. In altri termini sarà necessario dispiegare molti uomini (la cifra minima sembra aggirarsi tra i 15.000 e i 20.000 uomini, ma tutto dipende dall’estensione del territorio da controllare e dalla quantità della popolazione libanese interessata), secondo formule già sperimentate in Bosnia e Kossovo, da tenere sul posto per un lungo ed ancora indefinito periodo di tempo (anche se si può sperare che, nel lungo termine, il numero degli uomini potrebbe calare). Ragioni politiche consigliano evidentemente la presenza di truppe di religione islamica e, forse, arabe, tuttavia ragioni militari e di efficacia consigliano anche di organizzare la forza attorno ad un nucleo molto consistente di unità europee e sotto un comando all’altezza del compito, quale può essere garantito solo da strutture come la Nato o l’Ue. Certamente non potranno essere le Nazioni Unite in prima persona, prive come sono di adeguate strutture di comando e controllo, a esercitare un tale ruolo.

Ci troviamo insomma di fronte ad una problematica complessa, ancora non ben esplorata in campo politico, ma assolutamente essenziale per evitare che l’intera iniziativa di pace si traduca nell’ennesimo fallimento.