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Guerre di religione

Lo scontro sunniti-sciiti che incendia il Medio Oriente

8 Ago 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

L’attacco ad Israele e la feroce resistenza opposta dai suoi miliziani alla controffensiva di Tsahal nel Sud del Libano hanno reso il capo degli Hezbollah, lo sceicco Nasrallah, uno degli uomini più popolari del mondo islamico: i media ne parlano come del nuovo Nasser, del leader che con le sue imprese è riuscito di nuovo a galvanizzare le piazze e a dare l’impressione che Israele non sia invincibile. Ma, se si va a scavare un po’ più a fondo, si scopre che Nasrallah ha, almeno agli occhi della maggioranza degli arabi, un difetto incorreggibile: è uno sciita, e per quanto oggi riscuota l’ammirazione generale, non potrà mai assumere un ruolo molto maggiore di quello che ricopre in questa eccezionale situazione.

Quando prendiamo atto di essere in guerra con il fondamentalismo islamista, tendiamo spesso a dimenticarci che, in realtà, di questi fondamentalismi ce ne sono almeno due, in conflitto più o meno aperto tra loro e che una buona strategia sarebbe di sfruttare l’odio – religioso e in parte anche razziale – che li divide.

Un odio antico
La spaccatura tra sunniti e sciiti, che ha origine oltre 1.200 anni fa, ha non solo segnato pesantemente l’intera storia dell’Islam provocando milioni di morti, ma ancora oggi è all’origine di faide che, in Europa, non vediamo più dalle guerre di religione del Cinque-Seicento: basti pensare ai quotidiani, reciproci massacri in Iraq, alla sistematica persecuzione della minoranza sciita in Pakistan, ai conflitti religiosi in Siria.

Sul piano politico, l’ostilità tra le due sette è una delle ragioni per cui l’Iran, unico Paese musulmano a stragrande maggioranza sciita, è sempre stato visto con estrema diffidenza e timore da quasi tutti i Paesi arabi in cui gli sciiti sono una minoranza emarginata: unica eccezione la Siria, governata dagli alauiti, un’altra setta giudicata eretica dai musulmani ortodossi e in particolare dai wahabiti al potere nell’Arabia saudita.

Perseguendo il loro sogno di diventare la punta di diamante della lotta dell’Islam contro “crociati ed ebrei”, gli ayatollah di Teheran hanno cercato e cercano tuttora di superare questa divisione storica, ma senza apparente successo. Dalla parte opposta della barricata, ci ha provato anche il numero due di Al Qaeda, Al Zawahiri, sunnita doc, che in una delle sue allocuzioni televisive ha invitato tutto l’Islam a sostenere l’eroica lotta degli Hezbollah; ma, stando a un sondaggio egiziano, l’80 per cento dei militanti sunniti non lo ha seguito.

Quando gli Hezbollah, che i governi arabi moderati sanno benissimo essere la longa manus di Teheran in Libano, hanno compiuto l’incursione in Israele che ha scatenato la guerra, i governi giordano, egiziano e sauditi hanno condannato ufficialmente l’iniziativa, salvo a modificare la loro posizione di fronte alla morte di tanti civili libanesi. Ma ancora al congresso della Lega Araba di Beirut del 7 agosto, il ministro degli Esteri saudita ha definito gli Hezbollah “una banda di avventurieri”.

Non è propriamente una situazione da “il nemico del mio nemico è il mio amico”, perché oggi come oggi tra la galassia sunnita-ortodossa di Al Qaeda e i fanatici di Teheran che inseguono l’arma atomica e vogliono cancellare Israele dalle carte geografiche c’è davvero poco da scegliere. Abbiamo inoltre delle situazioni ambigue, come quella dell’Iraq, dove gli alleati sono costretti dalle circostanze a sostenere una coalizione a maggioranza sciita, che ha inscenato una imponente dimostrazione di piazza a favore dell’Hezbollah.

Ma non c’è dubbio che, se oggi consideriamo l’Iran, con i suoi alleati Siria ed Hezbollah, gli avversari più pericolosi, dobbiamo anche giocare sul fattore religioso per contrastarli; contro Al Qaeda, che sostiene un Islam sunnita molto rigoroso e ortodosso, si può invece cercare di mobilitare gli arabi modernizzanti. A noi cristiani che abbiamo superato questo tipo di contrapposizioni da secoli, tutto ciò può apparire teorico e velleitario: ma chi conosce bene il mondo islamico, sa quanto questi fattori possono pesare nel tentativo di rendere il Medio Oriente più sicuro.