IAI
Somalia

Una finestra di opportunità per l’Europa

26 Lug 2006 - Mario Raffaelli - Mario Raffaelli

La conquista di Mogadiscio da parte delle Corti islamiche ha tolto la Somalia dai margini della politica internazionale. La sconfitta della coalizione dei Signori della Guerra, che si erano contraddistinti per la loro opposizione a qualsiasi consolidamento delle Istituzioni Federali Transitorie (prima a Jowhar e poi a Baidoa), ha creato uno scenario politico piú chiaro anche se non necessariamente piú semplice. A Mogadiscio ha vinto uno schieramento composito (Corti islamiche, businessmen, società civile), unificato dall’avversione crescente della popolazione nei confronti dei Signori della Guerra e dalla volontá di pace e ricostruzione che oggi accomuna il popolo somalo.

Grandi rischi potenziali
Si tratta, ora, di individuare una strategia che corrisponda a questa volontà, sfruttando tutti gli spazi di dialogo per portare anche Mogadiscio all’interno del quadro istituzionale transitorio. Qualora ció non si verificasse o, anzi, si riaprisse un nuovo ciclo di scontri, questa volta tra il governo transitorio e le Corti, i rischi diventerebbero enormi, sia per la regione del Corno d’Africa che per i rapporti del mondo occidentale con il mondo islamico.

In questa seconda ipotesi, infatti, al prevedibile intervento militare etiopico si opporrebbe uno schieramento islamico sostenuto dalla tradizionale avversione dei somali verso l’Etiopia, con il rafforzamento della leadership dell’ala militare e radicale ed il probabile supporto delle “brigate internazionali” del fondamentalismo islamico (come giá adombrato negli ultimi messaggi di Osama bin Laden).

In questo modo, i fondamentalisti potrebbero aggiungere alle immagini da Iraq, Afghanistan e Medio Oriente, anche quelle dalla Somalia ad avvalorare la tesi della “crociata cristiana contro l’Islam” che è così cruciale per l’azione di proselitismo presso quelle forze giovani ed educate (provenienti anche dai nostri Paesi), determinanti per continuare a condurre la propria “guerra asimmetrica”. Inoltre, una degenerazione della situazione in Somalia influirebbe direttamente sulla regione del Corno d’Africa contrassegnata da conflitti irrisolti come quello etio-eritreo e quello del Darfur, con conseguenze imprevedibili per la stabilitá di un’area immediatamente prospiciente alle coste mediterranee e cosí importante per la stabilitá dell’intero continente africano.

Impegno europeo
Per questo, il Commissario per lo Sviluppo, Louis Michel, nelle suo intervento al vertice dei Capi di Stato dell’Igad all’inizio di quest’anno, ha espresso la volontà di un impegno europeo che, attraverso la stabilizzazione della Somalia, favorisca una evoluzione positiva della regione. Un Corno d’Africa stabile e sicuro, nel quale possano rafforzarsi sviluppo e democrazia costituisce, infatti, un interesse primario anche per l’Europa sia per il problema dell’immigrazione che per le connessioni evidenti con la questione mediorientale.
L’Italia potrebbe essere attore determinante per l’elaborazione e la gestione di questo approccio “regionale”. Il nostro Paese, infatti, ha svolto un ruolo di primo piano sia durante la Conferenza di Nairobi (come Presidente dell’Ipf – l’organizzazione dei Paesi Donatori che ha sostenuto l’Igad nella gestione del processo di pace) sia successivamente.

Nel corso di questi ultimi due anni, infatti, l’Italia non ha mai privilegiato un leader o un gruppo particolare bensì la continuità del processo, diventando progressivamente un interlocutore indispensabile e affidabile per tutti i soggetti in campo, compresi quelli più significativi a Mogadiscio (business community e società civile) e le stesse Corti islamiche. A Roma, infine, dovrà essere organizzata la Conferenza dei donatori per la ricostruzione della Somalia.

Un approccio comune
In questo contesto, si è sempre registrata una grande sintonia e unità d’azione tra l’Italia e la Commissione europea, il che faciliterebbe un approccio comune per elaborare una risposta regionale ai problemi del Corno d’Africa. Le forme possono essere diverse: dallo strumento classico della “cooperazione rafforzata” a formule innovative che utilizzino, sinergicamente, il ruolo della Commissione e quello della Presidenza italiana dell’Ipf.

Ciò che conta è l’obiettivo: fare del “caso somalo” un banco di prova della capacità europea di rispondere unitariamente ai problemi regionali della “sicurezza”, attraverso la ricomposizione pacifica di un “failed state” appartenente al mondo islamico. Cercando di dare all’Italia un ruolo che, in questo caso, può essere sia svolto che rivendicato.