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Medio Oriente

Lo stato incerto dell’infinito conflitto israelo-palestinese

14 Lug 2006 - Giuseppe Acconcia - Giuseppe Acconcia

Intervista a Dawud Barakat e Anath Kurtz

L’arresto della metà dei membri del governo di Hamas, le pressioni sulla Striscia di Gaza per il rilascio del militare israeliano, le ultime tensioni con il Libano rendono quanto mai incerti gli sviluppi del conflitto israelo-palestinese. Ne abbiamo parlato con l’ex rappresentante dell’Olp alle Nazioni Unite, Dawud Barakat per alcuni giorni in visita in Italia e con la ricercatrice israeliana del Jaffee Center di Tel Aviv, Anath Kurtz. I nostri interlocutori propongono due punti di vista divergenti sulla vittoria di Hamas, sul disimpegno unilaterale israeliano e sulle prospettive del negoziato.

La vittoria di Hamas alle elezioni politiche ha trasformato il movimento che si è opposto agli accordi di Oslo in forza di governo. Crede in Hamas come forza di governo e di cambiamento?

Dawud Barakat. Hamas ha un’impronta ideologica che non condivido. L’islamizzazione delle istituzioni palestinesi promossa da Hamas nelle amministrazioni locali è in contraddizione con la cultura civile del nostro popolo. Mi preoccupa, poi, la tendenza di Hamas di concepire la guerra di liberazione come uno strumento di potere. Questo si avvicina troppo marcatamente alla strategia politica di Hezbollah. La morte di Ahmed Yassin, leader carismatico di Hamas ucciso dalle forze armate israeliane nel 2004, ha fatto emergere le divisioni tra le fazioni più estremiste in esilio a Damasco e le componenti dell’attuale governo Hanyeh. Nonostante sia prevalsa la componente moderata di Hanyeh che implicitamente accetta gli accordi di Oslo, Hamas non era e non è pronta a divenire una forza di governo. Lo dimostrano le lunghe trattative per la formazione dell’esecutivo a cui ha fatto seguito l’accettazione di un programma politico solo in parte di cambiamento.

Anath Kurtz. Hamas non ha avuto modo di governare. Da un lato, per gli ostacoli imposti dalla presidenza palestinese e per il mancato controllo delle forze di sicurezza. Dall’altro, Israele ha indebolito Hamas rendendola incapace di qualsiasi azione di governo. Questi fattori devono essere inseriti in un ambiente di completa instabilità e incertezza che non permette a nessuna forza di governare agevolmente. Tuttavia, la vittoria di Hamas non modifica la realtà sul campo. Per le autorità israeliane tanto Fatah quanto Hamas non rappresentano interlocutori credibili per raggiungere una stabile soluzione del conflitto.

Lo stato di assedio della Striscia di Gaza e le azioni militari israeliane mettono in discussione l’autonomia dei territori “liberati” in seguito al ritiro israeliano. La politica israeliana del disimpegno unilaterale avvicina davvero la soluzione dei due stati?

Dawud Barakat Sicuramente no. Il disimpegno unilaterale israeliano è una soluzione parziale e come tale è destinata a non avere successo. Difatti, Israele è impegnato in una razionalizzazione della sua presenza nei territori occupati: da una parte, si ritira dalle aree più densamente popolate e dall’altra annette gran parte della Cisgiordania. Non solo, ma i territori “liberati” restano sotto diretto controllo delle forze israeliane. In questo modo si evita un negoziato sullo status di Gerusalemme. Gli israeliani stanno cambiando la demografia della città trasformando la componente palestinese in minoranza. Israele, poi, si rifiuta di parlare di prigionieri e di rifugiati governando in uno stato di apharteid empirica. In realtà, la politica di costruzione di nuovi insediamenti ha ulteriormente frammentato i territori palestinesi allontanando ogni possibilità di continuità territoriale. Quindi, sembra chiaro che il governo israeliano non voglia uno Stato palestinese autonomo. Invece, per l’Autorità Palestinese non esiste alternativa alla soluzione dei due Stati. Un nuovo negoziato deve trovare una risposta globale a tutte le questioni sul campo. E neppure la Road Map andava in questa direzione.

Anath Kurtz. La politica di disimpegno unilaterale israeliana è una conseguenza dell’impossibilità di un negoziato. Dopo dieci anni senza negoziati Israele non ha deciso semplicemente di boicottare Arafat o il governo Hamas. Israele ha deciso di risolvere il conflitto nonostante l’assenza di interlocutori credibili. Va aggiunto che la politica di disimpegno non è una risposta al terrorismo, tuttavia, ha ottenuto risultati importanti in questa direzione.
Inoltre, promuovendo la politica di disimpegno unilaterale, Sharon prima e Kadima poi hanno scardinato gli schemi tradizionali dell’ideologia politica della destra sionista. Hanno, infatti, rinunciato definitivamente a porzioni di territorio della Grande Israele. La politica del disimpegno è, quindi, una strategia israeliana essenziale. Ricordo che sono stati i palestinesi per primi a dar luogo a violenze senza motivo con lo scoppio della seconda Intifada. Anche questo è unilateralismo. Certo, Israele non sta agendo per stabilire uno Stato palestinese autonomo. Israele per il momento vuole difendere, innanzitutto, la propria sicurezza.

Quali sono le prospettive del conflitto visti i recenti sviluppi?

Dawud Barakat. In questi giorni è in gioco la sopravvivenza dell’Autorità palestinese. Gli israeliani non potranno spingersi oltre ogni limite nella pressione sui territori perché non godono del sostegno dell’opinione pubblica israeliana. L’arresto di metà del governo Hanyeh fa pensare a un possibile governo di coalizione che limiti il ruolo di Hamas e rimetta in gioco Fatah, si spera nella sua componente meno logorata dagli anni di gestione del potere.

Anath Kurtz. La situazione presente è terribile. Da una parte è probabile che la pressione sui territori conduca al collasso del governo Hamas mentre Fatah non è abbastanza unito per gestire una fase di transizione. Dall’altro lato, non è escluso che, visti i recenti sviluppi, Kadima veda diminuire gradualmente il suo consenso riproponendo la cronica instabilità politica israeliana. Questo rafforzerebbe nuovamente il Likud. Un nuovo tavolo negoziale è quanto mai lontano.