IAI
Medio Oriente

L’intervento di Israele in Libano e il diritto internazionale

24 Lug 2006 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Israele ha deciso di proseguire sulla strada tracciata da Von Clausevitz, secondo cui la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Quanto sia saggia questa decisione è da vedere. Qui preme esaminare l’intervento israeliano in Libano sotto il profilo del diritto internazionale, per puntualizzare alcune questioni che sono state trattate con superficialità nella stampa quotidiana. Tre punti meritano di essere considerati: il ricorso alla forza da parte di Israele, la conduzione delle ostilità e il ruolo delle Nazioni Unite.

La questione della sproporzione
Il ricorso alla forza armata è stato giustificato come una reazione di legittima difesa, in seguito alla cattura dei due soldati israeliani da parte degli Hezbollah. Tale giustificazione è stata accettata da buona parte della comunità internazionale (occidentale), ma con qualche distinguo. Ad esempio, l’Italia, in ossequio alla teoria del governo Prodi dell’”equivicinanza”, ha affermato che l’uso della forza, giustificabile in legittima difesa, è tuttavia sproporzionato. Ciò equivale a dire che Israele ha commesso e sta commettendo un illecito internazionale, tale essendo l’eccesso di legittima difesa.

Errato! La legittima difesa è si soggetta ai requisiti della necessità e proporzionalità, ma la reazione israeliana va commisurata alla minaccia rappresentata dagli Hezbollah e non in ordine alla sola cattura dei due soldati israeliani. Tra Israele e Libano non esiste neppure un trattato di pace. L’armistizio fu siglato nel 1949. Nel 1983 fu concluso un trattato di pace, che avrebbe terminato lo stato di guerra tra i due Paesi. Il trattato fu ratificato da Israele, ma non dal Libano. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CdS), con la risoluzione 1559 del 2 settembre 2004, ha chiesto lo smantellamento e il disarmo di tutte le milizie . Ma tale richiesta, che è stata reiterata con la risoluzione del CdS 1680 del 17 maggio 2006, non è stata adempiuta. Anzi gli Hezbollah hanno potuto dotarsi di un armamento considerevole, come è stato messo in luce dall’articolo di Aliboni su AffarInternazionali, che ha loro consentito di lanciare molti attacchi dal sud del Libano. Gli Hezbollah sono diventati una componente del governo libanese.

La questione dei limiti
La conduzione delle ostilità deve essere conforme ai principi di diritto internazionale umanitario, che impongono limiti alla violenza bellica, in particolare per quanto riguarda la selezione degli obiettivi militari. Qui il diritto internazionale detta regole precise: non possono essere colpiti la popolazione civile e gli edifici adibiti a scopi civili. Ma i danni ai beni protetti sono purtroppo inevitabili, quando questi sono situati nelle vicinanze di obiettivi militari. A questo fine soccorrono varie regole, quali il principio di precauzione negli attacchi e quello di proporzionalità. Una misura di precauzione consiste nell’avvertire la popolazione civile dell’imminenza di un bombardamento (cosa che gli israeliani hanno fatto).

Il principio di proporzionalità impone che i danni collaterali causati dal bombardamento di un obiettivo militare non siano eccessivi rispetto al vantaggio che s’intende conseguire mediante l’azione bellica. Israele sta conducendo operazioni su larga scala, compreso un blocco navale, che non è stato attuato secondo i criteri formali prescritti, ma che ha lasciato passare le navi destinate a compiti umanitari. Il G8, nel comunicato finale adottato a San Pietroburgo (18 luglio 2006), ha riconosciuto il diritto di legittima difesa di Israele, invitandolo nello stesso tempo ad evitare danni alla popolazione civile e alle infrastrutture civili, cioè al rispetto del diritto internazionale umanitario. Ma non ha espresso nessuna censura.

Gli Hezbollah hanno reagito con tiri di missili contro le città israeliane, in particolare Haifa. I missili impiegati, non essendo in grado di distinguere tra obiettivi civili e obiettivi militari, sono armi indiscriminate e quindi in violazione del diritto umanitario.

La questione del coinvolgimento
Il coinvolgimento delle Nazioni Unite sul terreno è stato da più parti auspicato. Ma bisogna intendersi. L’Unifil, presente in Libano dal 1978, è una classica forza di peace-keeping, numericamente limitata, che non ha nessun compito di “imposizione della pace”. Per poter disarmare gli Hezbollah e rendere inviolabile il confine sud, è necessaria una forza ben più cospicua e con un “robusto” mandato, come si dice in gergo Onu.

La convocazione a Roma di una conferenza del “Core Group” allargata agli Stati della regione è certamente un successo del governo Prodi. Ora occorre vedere se essa sarà conforme alle aspettative. Gli Stati Uniti saranno presenti, ma manca uno degli attori principali, cioè Israele, che tradizionalmente vede con poco entusiasmo un ruolo delle Nazioni Unite nell’area.

Una meccanica ripetizione dell’esperienza kosovara, con l’amministrazione civile affidata alle Nazioni Unite e la sicurezza alla Nato, non è proponibile poiché le due situazioni (Kosovo e Libano) sono difficilmente assimilabili. Ma un ruolo della Nato, su mandato del CdS, non è impensabile. Sarebbe più efficace di un coinvolgimento dell’UE e servirebbe ad attrarre nel processo anche Israele, che si è già espressa positivamente. Una nuova risoluzione ex Capitolo VII del CdS sarebbe però necessaria, non potendo servire allo scopo la risoluzione1559.