IAI
Russia sovrana

La difficile ricerca di un equilibrio democratico

24 Lug 2006 - Maurizio Massari - Maurizio Massari

La definizione della Russia come managed democracy è ormai superata da quella di sovereign democracy. La Russia sovrana di oggi ha ritrovato fiducia in se stessa, nella propria compattezza interna, nel suo orgoglio nazionale, nella sua economia che negli ultimi sei-sette anni è cresciuta a un ritmo medio annuo del 6 per cento. Questa forza interna si traduce sul piano internazionale nella ricerca di indipendenza, di autonomia di ruolo e nel ritrovato dinamismo “multivettoriale” ed euro-asiatico della sua politica estera. La Russia concepisce oggi il suo rapporto con l’Occidente in termini di cooperazione, anziché di integrazione.

Sarebbe semplicistico ritenere che tutto ciò sia solo il frutto della congiuntura economica, legata all’andamento dei prezzi del petrolio. La svolta russa ha radici più profonde. È il frutto di una strategia di ricostruzione dello Stato russo che il presidente Putin ha intuito fosse il suo principale mandato. I russi guardano ormai agli anni Novanta come a un periodo di tempi torbidi, caos, debolezza interna e conseguente perdita di rispetto internazionale verso il loro paese. Non tornerebbero mai indietro e sostengono a stragrande maggioranza l’attuale Presidente che ha riportato ordine, stabilità e crescita. Questo è un dato che l’Occidente ancor prima di accettare, dovrebbe innanzitutto capire.

Il pessimismo russo
Le risposte dell’Occidente al nuovo corso russo appaiono spesso emotive. Le nostalgie del periodo eltsiniano non hanno una giustificazione razionale. Gli anni Novanta non hanno visto fiorire in Russia una democrazia liberale di tipo occidentale, né si poteva pretendere che ciò accadesse cancellando d’improvviso secoli di storia nazionale e cultura politica russe. Il sistema politico eltsiniano era un misto di nuovo pluralismo, di oligarchia e di monarchia; sul piano internazionale la Russia di Eltsin, dopo i primi anni di romanticismo kozyreviano, ripudiò ben presto l’opzione occidentale e non mancarono i momenti di crisi (“pace fredda”, Cecenia, allargamento della Nato, Kosovo).

Il “russo pessimismo” attuale è anch’esso in gran parte irrazionale. Il neo-autoritarismo russo non rappresenta, comunque, un semplice ritorno al passato, in quanto il sistema nel suo complesso rimane ibrido, riconcilia il controllo statale dei principali assets del potere con gli spazi autonomi per la classe media emergente e almeno una parte della società civile.

Sul piano internazionale, malgrado le nostre giustificate frustrazioni sulla Bielorussia e le preoccupazioni sull’Ucraina, le relazioni tra Russia e Occidente hanno realizzato progressi costanti: è cresciuto il rapporto Nato-Russia dopo il Vertice di Pratica di Mare (2002), la Russia e l’Unione Europea hanno posto le basi per una collaborazione ad ampio raggio (i “quattro spazi”, economia, politica estera, affari interni/giustizia, cultura) che troverà riflesso nell’accordo che l’anno prossimo dovrà succedere all’attuale Pca (Partnership and Cooperation Agreement).

Le ambizioni di Mosca nell’estero vicino giustamente ci preoccupano, ma quest’area non è più da anni un blocco monolitico: i paesi del Guam (Georgia, Ucraina, Azerbaijan, Moldavia) non sono disposti a restare nell’orbita esclusiva di Mosca, ma guardano a Ovest e saranno in ciò agevolati dall’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan; il Kazakhstan guarda allo stesso tempo in tre diverse direzioni (Mosca, Washington e Pechino); in Asia centrale la Russia deve accettare il condominio con la Cina attraverso l’Organizzazione di Shanghai; l’Ue e la Nato impegnano regolarmente nel dialogo politico i paesi del Caucaso e dell’Asia Centrale.

Solidarietà e interdipendenza
L’Occidente deve saper giudicare la Russia e il rapporto che ha con essa con misura e realismo (ma non Realpolitik). Ambizioni eccessive da parte nostra – come quella di vedere una Russia nel breve periodo pienamente convergente con l’Occidente sul piano dei valori democratici – creerebbero un’asimmetria di aspettative nel rapporto e inutili frustrazioni. La nostra priorità deve essere quella di consolidare con la Russia solidarietà e interdipendenze di fatto nella soluzione di problemi concreti (sicurezza energetica, investimenti, terrorismo, non proliferazione, lotta alla criminalità organizzata e narcotraffico) e mantenere il più possibile aperti i canali di contatto tra le rispettive società (l’accordo Ue-Russia sui visti va in questa direzione).

Un approccio “neo-funzionalista” può contribuire a porre le basi all’interno della Russia per una graduale e spontanea convergenza democratica con noi, che deve restare un nostro auspicio di lungo termine. La stessa dose di realismo è necessaria anche da parte russa. La Russia dovrà dimostrare all’Occidente di saper e voler utilizzare la ritrovata sovranità per rivestire un ruolo di stakeholder responsabile nel sistema internazionale, il che significa anche saper essere sensibile alle preoccupazioni dell’Occidente, incluso quelle di carattere normativo. L’Iran e la sicurezza energetica sono i test principali più immediati sui quali si potrà verificare la fattibilità di una partnership basata su un approccio pragmatico e realista, ma non di fredda Realpolitik.