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Politica estera

Il referendum sulla riforma costituzionale e la posizione internazionale dell’Italia

14 Lug 2006 - Cesare Pinelli - Cesare Pinelli

Il referendum svoltosi lo scorso 25-26 giugno per l’approvazione della legge costituzionale di riforma della II Parte della Costituzione ha avuto esiti sorprendenti sia per l’alta partecipazione (il 52,1% del corpo elettorale), sia per la percentuale raggiunta dai no (il 61,3% dei votanti). Ma quali novità introduceva la legge dal punto di vista della posizione internazionale dell’Italia, e quali effetti avrebbe avuto su di essa? Dobbiamo rimpiangere, sempre da quel punto di vista, che non sia passata, o possiamo ora sperare che si ponga mano a questioni che la legge aveva lasciato irrisolte?

La prima risposta è semplice. La legge costituzionale aveva abrogato l’art. 117, primo comma, Cost., come modificato con l.cost. n. 3 del 2001 (“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”), eliminando la locuzione “e dagli obblighi internazionali”. Si sarebbe così tornati al testo vigente prima del 2001, in base a cui, nell’interpretazione prevalente, solo le consuetudini e non anche i trattati internazionali prevalgono sulle leggi nazionali.

Le ragioni ‘tecniche’ della scelta sono ignote. Si può solo ricordare che nel 2003, in occasione di rogatorie alla Svizzera su vicende penali in cui erano implicati membri del governo in carica, i giudici si erano richiamati al trattato stipulato con la Confederazione Elvetica come fonte prevalente sulla legge ordinaria proprio in base al nuovo testo dell’art. 117 Cost. L’accostamento sarà pure malizioso. Purtroppo, però, è anche il solo elemento a disposizione per spiegare l’eliminazione degli “obblighi internazionali”. Oltretutto, pochi mesi prima della presentazione del d.d.l. costituzionale in Parlamento, la l.n. 131 del 2003 di attuazione del nuovo Titolo V (c.d. legge La Loggia), aveva compreso il rispetto dei trattati fra gli obblighi internazionali posti alla legge statale, con una opzione a mio giudizio non necessitata.

Ambiziosa riorganizzazione
Al di fuori di questo (importantissimo) punto, la riforma non prevedeva nulla sulla posizione internazionale dell’Italia. Rimane da vedere se una così ambiziosa riorganizzazione degli organi centrali e dei rapporti centro-periferia ci avrebbe indirettamente giovato sul piano dei rapporti internazionali ed europei, dove la capacità competitiva di ogni Stato è sempre più legata all’efficienza dei processi decisionali interni.

In sede centrale, gli autori della riforma vedevano nella concentrazione del potere di scioglimento nelle mani del Primo Ministro uno strumento di garanzia di stabilità del Governo in corso di legislatura. Solo che, nel frattempo, la legge elettorale varata alla fine del 2005 aveva esaltato il (già precedentemente elevato) potere di ricatto dei partiti più piccoli delle coalizioni. Da questo punto di vista, la riforma sanzionava una forma di “contro-ricatto” del Primo Ministro sulla sua maggioranza. Cose mai viste (il premierato assoluto con la proporzionale e un premio di maggioranza operante solo alla Camera) in Europa e nel mondo, con quali conseguenze sulla stabilità di governo e sull’efficienza del sistema è molto difficile dire.

Nei rapporti centro-periferia, poi, la riforma insisteva molto sulle competenze “esclusive” delle Regioni, contrapponendole a quelle statali, e senza trovare congegni di raccordo in sede centrale nel sedicente “Senato federale”, che continuava a essere eletto a suffragio universale. La riforma avrebbe innescato conflitti Stato/Regioni tali da far impallidire quelli provocati dal tanto vituperato Titolo V, e ne avrebbe creati per la prima volta altri sulle rispettive competenze di Camera e Senato.

Gli obiettivi dichiarati della ‘modernizzazione’ e della ‘semplificazione’ erano insomma contraddetti in ogni punto della ‘Grande Riforma’. Non ne avevamo bisogno nemmeno dal punto di vista dell’efficienza del sistema, per non dire dell’impoverimento delle garanzie democratiche. Ed è questo, non l’attentato alla intangibilità della Costituzione del ’48, che spiega la contrarietà della stragrande maggioranza dei costituzionalisti, compresi quelli impegnati da oltre vent’anni a favore di alcune buone riforme.Ora, anche per garantire un decente funzionamento dei rapporti Unione europea-Stato-Regioni, servirebbero riforme mirate, a partire da un Senato effettivamente rappresentativo delle autonomie territoriali; e occorrerebbe invertire l’ordine degli interventi sul sistema istituzionale nazionale, partendo dalla riforma elettorale per ragionare solo in seguito di revisioni della Costituzione. Si apre un’altra pagina che, sperabilmente, metta questa volta a frutto gli apprendimenti della precedente.