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Commercio mondiale

Il fallimento del Doha Round

31 Lug 2006 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

Il Doha Round della World Trade Organization è miseramente fallito, travolto dalla voglia inarrestabile di protezionismo di molti paesi più o meno sviluppati. Ci vorranno anni per poterlo rilanciare. Nel frattempo tenderanno a proliferare gli accordi bilaterali e preferenziali tra paesi, con una conseguente forte politicizzazione del commercio mondiale. Una prospettiva che è gravida di rischi, anche per le aperture dei mercati e le liberalizzazioni fin qui realizzate.

I tanti padri del fallimento
Nel novembre 2001, a soli due mesi dai tragici attentati dell’11 settembre, il Doha Round era stato lanciato con grande enfasi come il primo grande negoziato commerciale multilaterale a favore dello sviluppo. Ma l’andamento delle trattative si è rivelato in salita fin dall’inizi,o mostrando come per molti paesi gli impegni sottoscritti avessero davvero scarso valore. Forti contrasti sono sorti in tutte le più importanti aree negoziali. Tanto da poter parlare di un fallimento del negoziato che ha molti padri.

Sulla rimozione delle barriere agli scambi di prodotti industriali e servizi non si è riusciti a fare passi avanti di rilievo per le responsabilità in questo caso dei paesi più influenti dell’area in via di sviluppo, in particolare India e Brasile. Anche se la posizione intransigente e/o comunque eccessivamente rigida degli Stati Uniti (sussidi) e dell’Unione europea (tariffe) sui temi agricoli ha finito per condizionare negativamente, ancora una volta, l’esito dell’intero negoziato.

Una serie di insuccessi (Conferenze di Cancun nel 2003 e poi di Hong Kong lo sorso anno) ha così costellato l’evoluzione delle trattative fino al triste epilogo di questi giorni e alla sospensione del Round decretata dal direttore generale della Wto, Pascal Lamy, costretto a prendere atto delle posizioni inconciliabili dei maggiori paesi.

Non è una crisi temporanea
Il ‘congelamento’ del Doha Round è destinato a protrarsi a lungo, per svariati anni. A metà del 2007 scadrà il mandato a negoziare del presidente Bush (la cosiddetta Trade Promotion Authority) e tutto dovrà essere rinviato almeno a dopo le elezioni presidenziali americane del 2008. In realtà l’attesa di un rilancio delle trattative potrebbe essere ancora più lunga.

Il fatto è che in questi anni sono venuti meno gli equilibri che hanno assicurato in passato il successo di pressoché tutti i precedenti Round commerciali, svoltisi in sede Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) e Wto, ovvero il modello negoziale imperniato sulla leadership indiscussa e sull’accordo tra Stati Uniti ed Europa. Un duopolio che ha cominciato a non funzionare più già negli anni Novanta, portando al clamoroso fallimento di Seattle. L’ascesa di nuovi potenti attori negoziali – basti pensare al Brasile, all’India e alla Cina – ha trasformato la scena commerciale in un contesto multilaterale e oligopolistico, in cui più soggetti hanno il potere di condizionare l’esito finale del negoziato. Nel nuovo regime commerciale, in analogia con quanto avviene in un mercato oligopolistico, favorire soluzioni cooperative non è facile. E un gioco non cooperativo, fatto di azioni e reazioni autonome degli attori principali, finisce per generare tensioni e contrasti crescenti. È proprio quanto si è verificato nel periodo più recente spingendo il Doha Round ad arenarsi nel gioco perverso dei veti incrociati tra paesi.

Riformare e rinnovare tali meccanismi negoziali è il problema da affrontare per rilanciare il quadro multilaterale e evitare che la Wto, al pari di altre organizzazioni internazionali, veda drasticamente ridimensionarsi la sua capacità di decisione e rischi una crescente marginalità.

I rischi di un bilateralismo à la carte
Ma è un problema che è divenuto oggi ancora più difficile da affrontare. Così nel futuro più immediato la crisi del Doha Round rischia di offrire nuovi forti incentivi alla crescita del bilateralismo commerciale tra paesi. Va altresì ricordato che in questi ultimi anni il numero di accordi bilaterali e regionali è cresciuto in modo spettacolare, divenendo uno strumento largamente utilizzato dalla quasi totalità dei paesi membri della Wto. Una minaccia di proliferazione tanto più seria allorché si consideri che la febbre bilaterale sta investendo anche l’intero continente asiatico, ove si stanno moltiplicando i progetti di creazione di blocchi preferenziali a geometrie variabili.

Con quali conseguenze? A questo riguardo anche la letteratura teorica ed empirica più recente dimostra che a determinate condizioni il bilateralismo-regionalismo può rappresentare un importante laboratorio di sperimentazione delle modalità di “integrazione profonda” tra paesi (deep integration) consentendo di affrontare i “nuovi temi del commercio”, dai servizi agli investimenti e alla mobilità dei lavoratori temporanei. A condizione, però, che gli accordi preferenziali si muovano nell’ambito di obiettivi compatibili con il contesto multilaterale e costituiscano così una sorta di ponte tra i regimi nazionali e quelli globali. Altrimenti gli accordi preferenziali possono rapidamente trasformarsi in un bilateralismo à la carte, ovvero in forme di integrazione antagoniste al sistema globale, con costi pesanti per tutti, e in particolare per i paesi più poveri e meno sviluppati, privi di un reale potere negoziale.

Uno scenario di incontrollata frammentazione (bilateralismo) delle relazioni commerciali finirebbe così per divenire foriero di rischi per lo stesso sistema globale, arrivando a minacciare la vitalità di quel regime commerciale multilaterale che ha offerto, in tutti questi anni, un contributo decisivo alla crescita dell’economia mondiale.