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Sicurezza internazionale

Sicurezza europea: ci sono gli strumenti, manca la strategia

7 Giu 2006 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

Logica vorrebbe che, in ambito di sicurezza europea, mezzi e strutture scaturissero da finalità ed obiettivi: a tale regola non dovrebbe sfuggire neppure il settore Pesc/Pesd dell’Unione Europea, che nell’attuale ‘pausa di riflessione’ del processo di integrazione europea, mostra alcuni importanti cenni di vitalità e dinamismo.

Prescindendo dal testo del trattato costituzionale europeo, il quadro concettuale della Pesc/Pesd è costituito dal documento strategico “Un’Europa sicura in un mondo migliore”- noto anche come “Solana paper” – che, dopo una gestazione piuttosto lunga ha visto la luce in occasione del Consiglio Europeo del 12 dicembre 2003.

Il nuovo quadro strategico
Prima di questa tappa, l’Unione europea aveva proceduto in modo piuttosto pragmatico, partendo dai cosiddetti “compiti di Petersberg”, che erano stati interpretati alla luce della lunga e tragica sequenza delle crisi balcaniche. Il primo Headline Goal, quello definito ad Helsinki, aveva infatti come riferimento uno scenario “Kosovo like”, con l’aggiunta di un accesso diretto al mare: in tale quadro era concettualmente e tecnicamente ben giustificato il modello di Corpo d’armata da 50÷60.000 unità, con i relativi elementi navali ed aerei. .

L’evoluzione del quadro strategico globale ha presto reso tale modello non obsoleto, ma certamente inadeguato a fronteggiare tutta una serie di contingenze che si sono venute ad aggiungere alle ipotesi di possibile necessità di intervento: anche da questa constatazione scaturiva l’esigenza di definire un nuovo quadro concettuale, formalizzato in un “concetto strategico” dell’Unione. .

Mentre il nuovo concetto strategico Usa del 2002 apriva la strada al concetto di “intervento preventivo”, nel documento europeo, forse in maniera un po’ ambigua, si parla di “azione preventiva”, dando al termine di azione una connotazione olistica che ben si attaglia ad una impostazione filosofica e politica largamente condivise in Europa. .

Il passaggio dalla teoria alla prassiCiò che è mancato, tuttavia, è il passaggio successivo: un documento che fornisse le direttive necessarie alla configurazione degli strumenti idonei a concretizzare le politiche delineate nel concetto strategico. In altre parole il documento europeo dice quale è l’obiettivo ideale che l’Unione si prefigge e quale ruolo essa intende giocare per concretizzare tale obiettivo; non dice, e non può dirlo, che cosa nel concreto bisogna essere capaci di fare, dove e come. Sono questi gli elementi indispensabili ai pianificatori militari per costruire un sistema operativo senza il quale qualsiasi enunciazione politica scivola fatalmente nel velleitarismo di facciata.

Tali elementi dovevano essere il cuore di un’ulteriore elaborazione che, tenendo in debito conto i limiti oggettivi posti sia dalla presumibile disponibilità delle risorse, sia da un quadro politico ancora sostanzialmente frammentato, avrebbe potuto orientare gli stati maggiori verso scelte coerenti e convergenti.

Serve un quadro d’azione unitario e coerente Invece ci si è fermati e si è preferito percorrere la strada delle invenzioni estemporanee, il cui modello principe è quello dei cosiddetti “battle groups”, formazioni agili, ad elevatissima prontezza, con capacità di combattimento ad alta intensità, in grado di intervenire con la massima efficienza operativa, ma non si sa dove (e il parametro distanza è assolutamente irrinunciabile per garantire fattibilità e sostenibilità logistica) e non si sa a fare che cosa. Peraltro il concetto di efficienza si è immediatamente annacquato nel momento in cui, per venire incontro all’esigenza politica di partecipazione e visibilità dei paesi minori, si è deciso di accettare anche formazioni multinazionali, il cui grado di amalgama è tutto da dimostrare. .

È quindi necessario fare un passo indietro ed elaborare pragmaticamente il concetto strategico in modo da un lato di fornire i parametri essenziali per strutturare gli strumenti militari dei paesi membri (dando così anche chiare e autorevoli indicazioni sul livello di impegno, in primis finanziario, richiesto a ciascuno), dall’altro di delineare con chiarezza il livello di ambizione dell’Unione in quanto tale, che non può permettersi di disperdere le sue limitate risorse in operazioni episodiche, sparse un po’ qua e là, senza rispondere a un quadro d’azione ben definito e politicamente coerente. Si tratta di un’esigenza prioritaria, per la quale lo strumento è già disponibile: l’Agenzia Europea per la Difesa, che dispone oggi delle capacità umane ed intellettuali necessarie e nel cui mandato ben si inquadra tale compito vitale.