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Terrorismo islamico

La longa manus di Al Qaeda in Somalia e Afghanistan

7 Giu 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

Nel colpevole disinteresse di molti, abbiamo subito nei giorni scorsi in Somalia una grave sconfitta nella lotta al terrorismo: le milizie fondamentaliste che fanno capo alle scuole islamiche, parenti strette dei Talebani, hanno preso il controllo di Mogadiscio e, in prospettiva, di tutto il Paese, sconfiggendo una coalizione di signori della guerra armata e finanziata dagli Stati Uniti (e sembra, in maniera surrettizia, anche dall’Italia).

C’è il fondato sospetto che queste milizie siano la longa manus di Al Qaeda, e che il loro obbiettivo sia di trasformare quel “non Stato” che è ormai da vari anni la Somalia nella nuova base per il terrorismo islamico, cioè nel luogo dove radunare e addestrare coloro che, nei disegni di Osama Bin Laden, dovranno proseguire l’assalto alla civiltà occidentale. Per impedire questa iattura senza intervenire direttamente, gli Stati Uniti non hanno esitato ad appoggiarsi a personaggi assai poco raccomandabili, corresponsabili della attuale disastrosa situazione del Paese, ma ancora una volta sembrano avere sbagliato cavallo. Ora, se vorranno impedire che la Somalia diventi la nuova centrale del terrorismo, compensando in qualche modo Al Qaeda della perdita del suo “emiro” Al Zarqawi in Iraq, dovranno trovare nuovi mezzi e nuovi alleati.

La grande incognita Afghanistan

Uno scontro parallelo sta intanto sviluppando in Afghanistan, che rivestì il ruolo di centro operativo di Al Qaeda fino a quando – in seguito all’11 settembre – gli Stati Uniti non intervennero e, con l’aiuto dell’Alleanza del nord, sconfissero il regime del mullah Omar. Sembrava che, con lo svolgimento di regolari elezioni, l’insediamento alla presidenza di un leader filo-occidentale come Karzai e l’immissione di cospicui aiuti, la situazione fosse abbastanza stabilizzata. Purtroppo, non è così. I Talebani hanno gradualmente rialzato la testa e nonostante la presenza sia di un corpo di spedizione americano di 12.000 uomini, sia di un contingente NATO di quasi 20.000, stanno riprendendo il sopravvento nelle province sudorientali. Al contrario di quanto avviene in Somalia, qui l’Occidente è impegnato in prima persona: ma, a causa della vastità del Paese, dell’ambiguità di molti leader tribali, delle difficoltà del terreno e della tradizionale ostilità degli afgani verso qualsiasi presenza straniera il risultato non è affatto scontato. In altre parole, a quasi cinque anni dall’intervento americano, si rischia che almeno una parte del territorio afgano torni sotto il controllo indiretto degli alleati di Osama, che probabilmente è appostato appena al di là della frontiera, nelle regioni tribali del Pakistan.

Intervento indiretto

Impedire agli estremisti islamici di insediarsi stabilmente in qualche parte del mondo, con tutti i vantaggi che questo gli porterebbe, è diventato un imperativo categorico per l’Occidente. Per questo, una serie di Stati, o anche solo di province, sono stati posti sotto costante monitoraggio, al fine di potere intervenire, preferibilmente in maniera indiretta, prima che la situazione sia compromessa. Tra i sorvegliati speciali c’è anche la striscia di Gaza, dove la situazione esplosiva potrebbe favorire un insediamento di Al Qaeda. Ma ci sono anche diversi Paesi musulmani con forte presenza fondamentalista e regimi strutturalmente fragili.
Questa partita è destinata a durare a lungo, e non è meno importante della attività di intelligence e di repressione finalizzata a impedire nuovi attentati negli Stati Uniti e in Europa. Si tratta di una partita in parte alla luce del sole, ma in parte anche combattuta dietro le quinte con metodi e strumenti cui si cerca di dare la minore pubblicità possibile. Ma, data la posta in gioco, vale senz’altro il machiavellico motto “il fine giustifica i mezzi”.