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Politica europea

Balcani: uno scenario in evoluzione

7 Giu 2006 - Alessandro Spaventa, Eduart Biasizzo - Alessandro Spaventa, Eduart Biasizzo

Negli ultimi mesi la situazione nell’area dei Balcani ha registrato una rapida, per quanto non inattesa, evoluzione. Lo scorso 21 maggio un referendum ha sancito il definitivo divorzio del Montenegro dalla Serbia. Sull’esito del referendum ha certamente pesato il blocco dei negoziati per la stipula dell’accordo di associazione e stabilizzazione tra l’Unione di Serbia e Montenegro e l’Unione europea, richiesto e ottenuto i primi di maggio dal procuratore generale del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, Carla Del Ponte.

La decisione è scaturita in seguito alla mancata consegna da parte del governo di Belgrado dell’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic e dell’ex Presidente della Repubblica Srpska di Bosnia, Radovan Karadzic, ricercati ormai da più di un decennio con accuse di crimini di guerra e genocidio.

Nel frattempo la Croazia sta facendo notevoli passi avanti sulla via dell’adesione all’Ue, mentre appare sempre più probabile la possibilità che il Kosovo raggiunga una qualche forma d’indipendenza nonostante la forte opposizione della Serbia, che punta invece alla concessione di una larga autonomia.

Mine innescate sulla stabilità dell’areaUno scenario in evoluzione, dunque, sul quale tuttavia pesa ancora quel complesso intreccio che lega insieme Bosnia-Erzegovina, Serbia e Kosovo. La proclamazione formale dell’indipendenza di quest’ultimo, formalmente ancora parte della Serbia, potrebbe innescare una nuova fase di tensioni e instabilità.

L’indipendenza del Kosovo, infatti, benché ormai quasi inevitabile, verrebbe vissuta da una parte della società serba, soprattutto quella rurale, come un vero e proprio attentato alla sovranità nazionale. Le pulsioni di rivincita potrebbero trovare sfogo proprio in Bosnia dove il distacco definitivo del Kosovo dalla Serbia potrebbe costituire il precedente cui la Repubblica Srpska di Bosnia potrebbe appellarsi per proclamare la propria indipendenza.

Un simile sviluppo potrebbe riportare l’intera area indietro di quattordici anni e preludere al disfacimento della Bosnia-Erzegovina, il cui assetto non ha registrato una sostanziale evoluzione dai tempi di Dayton.

Il faro dell’Unione europea
In tale contesto l’unico soggetto possibile in grado di esercitare un ruolo forte appare l’Unione europea. Per i Paesi balcanici, infatti, l’Ue rappresenta un faro verso cui tendere e in ragione del quale modulare le proprie ambizioni e le proprie politiche. Dopo la Slovenia, e in prospettiva Bulgaria, Romania e ora Croazia e Macedonia, anche Albania e Montenegro si muovono in tale direzione. E maggiore il numero di Paesi dell’area che ottiene un riconoscimento dall’Ue, maggiore risulta il prezzo in termini di credibilità e possibilità di sviluppo per chi rimane fuori. In tal senso il sogno europeo potrebbe contribuire a mitigare le spinte più retrive all’interno della Serbia e ad evitare un collasso definitivo della Bosnia-Erzegovina. Fermo restando che per quest’ultima occorre immaginare comunque un qualche tipo di soluzione, essendo lo status quo difficilmente sostenibile nel lungo periodo.

L’Ue, inoltre, potrebbe rappresentare un elemento di attenuazione delle tensioni e di stabilizzazione anche per il diverso ruolo che attribuisce a Stati e regioni all’interno della cornice europea. L’appartenenza all’Unione europea, infatti, comporta lo sbiadirsi dei confini nazionali e al contempo il rafforzamento di quelli regionali e della cooperazione inter-regionale. Un tipo di architettura che nel lungo periodo potrebbe rivelarsi particolarmente adatto ai Balcani.

Nel breve-medio periodo, tuttavia, si pone il problema di definire rapporti e relazioni con una molteplicità di piccoli Stati, spesso poco coesi, caratterizzati dalla presenza di consistenti minoranze linguistiche o religiose, con una situazione politica ancora non pienamente stabile, problemi di legalità non indifferenti e con interessi spesso divergenti nell’area. Un contesto che, di certo, non facilita il processo di allargamento europeo all’intera penisola balcanica e che potrebbe determinare situazioni di stallo e rinvii che allontanerebbero ancora di più l’effettiva stabilizzazione dell’area.

Il ruolo dell’Italia
In uno scenario così complesso come quello sopra delineato, l’Italia dovrebbe teoricamente giocare un ruolo importante, se non fondamentale. Non solo per la vicinanza geografica, ma anche a causa di interessi strategici, economici, di sicurezza, e per legami storici. Tuttavia, finora l’Italia, pur avendo giocato un ruolo cruciale in alcuni momenti (stabilizzazione dell’Albania, guerra in Kosovo) e avendo devoluto un quantità di risorse non indifferente a progetti di cooperazione di vario tipo nell’area, non è purtroppo riuscito a definire una visione strategica e una politica coerente, limitandosi spesso al ruolo di partner finanziatore. Un limite che ha finito per favorire Germania e Grecia la cui influenza nell’area continua invece a crescere.

Occorre quindi rilanciare il ruolo del nostro paese nell’area, e occorre farlo agendo a due livelli: europeo e italiano. A livello europeo l’Italia dovrebbe farsi promotrice di una politica attiva nei Balcani che permetta da un lato di accelerare il più possibile la definizione di accordi con i diversi Paesi dell’area (associazione e stabilizzazione, adesione) e dall’altro di affrontare il problema della Bosnia-Erzegovina e promuovere il raggiungimento di uno status definitivo per il Kosovo (presumibilmente la sua indipendenza).

A livello nazionale occorre definire una strategia unitaria che parta da una lucida analisi delle priorità di intervento (Paesi e settori). Si dovrebbe in altre parole delineare un indirizzo strategico chiaro all’interno del quale collocare poi le diverse azioni. Un indirizzo opposto a quello attuale che, favorendo processi di cooperazione decentrata, ha portato alla realizzazione di una miriade di mini interventi spesso autoreferenziali e scollegati, se non addirittura in contrasto tra loro.