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Politica estera

Quattro priorità per la difesa italiana

18 Mag 2006 - Michele Nones - Michele Nones

Quando un settore strategico, come quello della difesa, viene troppo a lungo trascurato, la lista dei problemi da affrontare diventa lunghissima. L’unico vero asset valido rimasto disponibile è la tenuta morale, professionale e organizzativa delle Forze Armate in questo difficile periodo di cambiamento: è fondamentale, ma è solo la base su cui bisogna costruire, una nuova più credibile ed efficace politica militare. In quest’ottica possono essere indicate queste quattro priorità:

1. Tornare subito a superare l’1% del PIL
Bisogna far crescere nei decisori politici, nei mass media e nell’opinione pubblica la consapevolezza che bisogna investire di più per tutelare meglio la nostra sicurezza. Riportare le spese per la difesa sopra l’1% del PIL è l’obiettivo immediato e improrogabile. Senza questo sforzo collettivo, nessun altro rimedio può essere efficace. Di fronte alla stagnazione economica, alla crescita del deficit pubblico, alla necessità di nuovi sacrifici, anche questo risultato minimo comporterà un forte impegno politico, ma rappresenterà una positiva inversione di tendenza.

2. Riequilibrare il Bilancio della Difesa
Bisogna tornare a un accettabile equilibrio fra le scarse risorse che il paese rende disponibili e una struttura militare costruita sulla promessa mai mantenuta di finanziamenti in linea con il peso e il ruolo internazionale dell’Italia, quantificati nell’1,5% del PIL. Poiché la spesa reale è oscillata fra 1,1% e l’attuale 0,84% (cioè due terzi dell’obiettivo), emerge evidente il sovradimensionamento della struttura militare. Questa è di fatto, da quasi venti anni, la schizofrenia finanziaria del nostro modello di difesa. Il tutto aggravato dall’accelerazione del passaggio a forze armate esclusivamente professionali che ha squilibrato il Bilancio della Difesa portando la quota destinata al personale a oltre il 70%, a discapito del funzionamento e dell’ammodernamento. E’, quindi, necessario procedere a una rapida ristrutturazione con tagli impietosi di strutture, organismi, uffici, sedi e personale, attività inutili, facendosi carico e resistendo alle inevitabili proteste degli interessati e delle comunità locali e relativi rappresentanti politici. Il suo costo economico non potrà, però, ricadere sul Bilancio della Difesa, già in affanno, e richiederà uno stanziamento straordinario a discapito di altri settori, vincendo anche queste ulteriori resistenze.

3.Continuare, seppur su basi più ridotte, l’impegno per mantenere la pace
Il ridimensionamento dello strumento militare avrà serie conseguenze sulla nostra partecipazione a operazioni internazionali per il mantenimento della pace. Dovremo ridurre le nostre ambizioni e limitare la nostra disponibilità a favore della comunità internazionale. Di fatto dovremo essere più “egoisti” e valutare più attentamente ogni operazione, a partire da tutte quelle che ci vedono oggi impegnati. Una parte del patrimonio di credibilità internazionale conquistato faticosamente in questi anni andrà perso ed è bene che tutti ne siano consapevoli. Ma questo obiettivo non dovrà comportare una rinuncia a partecipare alle operazioni per il mantenimento della pace. Fra le attività da ridurre, a parte l’ormai definito progressivo ritiro dall’Iraq, vi dovranno essere quelle meno indispensabili che sono anche quelle meno pericolose. Non possiamo sperare e illuderci che nell’attuale contesto delle operazioni internazionali, pur se decise dalle Nazioni Unite, si azzerino i rischi per i nostri uomini. La tenuta morale e politica del paese continuerà quindi a rappresentare una sfida da vincere.

4. Più Europa in un forte rapporto transatlantico
Bisogna riportare una maggiore attenzione al processo di costruzione dell’Europa della difesa. Vi sono diffusi sintomi di un suo rilancio ed è necessario che anche il nostro paese vi partecipi attivamente. In prospettiva è dal raggiungimento di questo obiettivo che dipende un’effettiva capacità di garantire la sicurezza e difesa di tutti i suoi cittadini. Ma, al di là dell’impegno politico, si dovranno trovare nuove risorse sia per rafforzare le attività operative, sia le strutture e gli organismi europei, ma, soprattutto, per assicurare gli equipaggiamenti comuni senza i quali le Forze Armate europee resterebbero la sommatoria di quelle nazionali. Una parte dei fondi potrebbe venire dal Bilancio europeo se si creerà un consenso politico dei principali paesi contributori, un’altra parte dovrà venire dalle risorse nazionali. Anche di qui la necessità di costruire il necessario consenso politico e sociale.