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Politica estera

Per il governo Prodi una strategia economica a tre livelli

17 Mag 2006 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

L’immagine che meglio sintetizza le sfide future della politica economica estera italiana è quello di un gioco ‘multilevel’, esattamente a tre livelli: c’è, in primo luogo, un piano tutto interno all’Europa e al suo processo di integrazione, reso particolarmente rilevante dalla ristrutturazione in corso degli assetti produttivi europei; esiste poi un secondo livello che investe le aree e i paesi terzi di maggior interesse economico-strategico dell’Italia e che richiede un’azione diplomatica e di promozione bilaterali; e, infine, il terzo livello delle politiche europee, teso ad affermare il ruolo internazionale dell’Europa, per confrontarsi con gli altri grandi attori dell’economia globale.

Va innanzi tutto ricordato che le decisioni di politica estera sono oggi sempre più influenzate da fattori economici: si tratta di un fenomeno generale, che ha caratterizzato tutti i maggiori paesi in questi anni ed è, in qualche modo, un prodotto derivato della diffusione dell’economia globale. Tutto ciò fa sì che vi sia una nuova ‘diplomazia economica’ all’opera, con un ventaglio di approcci e politiche molto ampio, che non segue ricette precostituite, pronte per l’uso da parte dei singoli paesi.

Anche il nostro paese l’ha praticata in questi anni. Con risultati alterni. E non vi sono dubbi che il nuovo Governo guidato da Romano Prodi sarà chiamato a intensificare e accrescere l’utilizzazione di strategie di politica economica estera che siano sempre più orientate al perseguimento di interessi fondamentali del nostro sistema-paese. Ma quali interessi? E con quali politiche e strumenti?

Obiettivo integrazione
Per rispondere a questa domanda, va ricordato che l’Italia è parte integrante dell’Unione Europea. Come tale, la salvaguardia di molti nostri vitali interessi economici ha come riferimento fondamentale l’Europa e il rilancio della sua integrazione. Un dato, quest’ultimo, che è stato spesso trascurato e dimenticato dal passato governo di centrodestra. E’, dunque, un nostro interesse prioritario contribuire e partecipare in questa fase alla formazione di quei gruppi di paesi europei che saranno chiamati a esercitare un ruolo guida e un elemento trainante nei processi di ridefinizione degli assetti produttivi e dello spazio economico europei.

E’ evidente che le condizioni di salute e più in generale la competitività della nostra economia saranno i fattori decisivi per ambire a far parte di tali gruppi ristretti. Grandi obiettivi della nostra politica estera che non fossero sostenuti da una struttura economica all’altezza delle sfide da affrontare si rivelerebbero ben presto come insostenibili e privi di credibilità. Ma tutto ciò non esclude in alcun modo la possibilità di rappresentare e difendere un ampio ventaglio di interessi nazionali, a sfondo geo-politico e/o tematico, anche favorendo relazioni privilegiate con alcuni paesi e gruppi di paesi. In molti casi, si potrebbe dire che l’impone.

A questo riguardo, guardando ad alcune tendenze in atto nell’internazionalizzazione delle nostre imprese e sistemi territoriali, emerge come le zone di maggior interesse economico-strategico per l’Italia (i Balcani e i paesi del Mediterraneo), siano divenute anche le aree di maggiore prossimità dell’Unione Europea. L’interesse dell’Italia a un’ulteriore integrazione sociale, economica e commerciale di questi paesi nello spazio economico europeo è del tutto peculiare. In Europa noi siamo il paese che trarrebbe più vantaggi dal successo di questa integrazione e che, viceversa, rischierebbe di pagare i costi più elevati a seguito di un suo fallimento. Una politica italiana di partenariato rivolta ai paesi del Mediterraneo deve così non solo svolgersi nel contesto europeo, ma deve appoggiarsi su una lucida strategia di legami bilaterali, imperniata sull’offerta di aperture dei nostri mercati, tecnologie industriali, partecipazione allo sviluppo delle infrastrutture, promuovendo l’integrazione produttiva internazionale delle nostre maggiori filiere produttive. Servono, per questo, proposte, politiche, iniziative, che siano concrete e efficaci, a differenza di quanto avvenuto in questi ultimi anni in cui si è parlato molto e fatto poco.

Politiche europee comuniC’è poi la complessa gestione dei rapporti con i grandi attori dell’economia globale. Un’area in cui è nostro interesse concorrere attivamente alla formulazione di politiche europee quanto più possibili comuni. Per tutti valgano i due esempi della Russia e della Cina, due paesi in grado di esercitare, seppur su versanti diversi, una forte e decisiva influenza sulla nostra economia. Sul fronte energetico, oltre alla dimensione nazionale dei nostri problemi, andrebbe perseguito l’obiettivo di definire una strategia comune dei paesi dell’Unione per la sicurezza e la diversificazione degli approvvigionamenti, che comprenda una politica coerente verso la Russia. Nei confronti della Cina servono politiche commerciali e strumenti di reciprocità per accompagnare nei prossimi anni, attraverso l’Europa, il processo di integrazione internazionale di questo grande paese e favorirne la transizione da mero paese esportatore a quello di grande mercato di sbocco, in grado di offrire nuove concrete opportunità alle nostre imprese, piccole e medie.

Tre livelli, dunque – si potrebbe chiamarli tre tavoli -, di politica economica estera cui guardare nei prossimi anni, per utilizzarli tutti appieno, cercando di esaltarne sinergie e complementarietà nella rappresentazione dei nostri interessi economici nazionali.