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Russia

La spregiudicata Realpolitik di Putin

8 Mag 2006 - Livio Caputo - Livio Caputo

Nelle Cancellerie occidentali si guarda con crescente disagio al prossimo vertice del G-8, che si terrà per la prima volta sotto presidenza russa a San Pietroburgo tra un paio di mesi. Nel corso della conferenza, che ha come primo punto all’ordine del giorno il problema energetico, emergeranno infatti inevitabilmente i sempre più numerosi motivi di attrito tra il presidente Putin e gli altri leader che finora si è cercato di mantenere sottotraccia.

Per quanto una aperta rottura sia da escludere, i tempi in cui Bush e Putin si scambiavano complimenti nel ranch texano di George W. e, artefice Schroeder, tra Mosca e Berlino era nato addirittura un rapporto privilegiato sono ormai lontani. Non manca neppure chi definisce l’accoglimento della Russia nel G-8 e nel Consiglio politico della NATO “un errore di cui presto ci pentiremo”. E anche chi non è così pessimista ha abbandonato l’illusione che la Russia possa diventare – in tempi brevi – un partner pienamente affidabile e assimilabile alla comunità occidentale.

Motivi di frizione
Il contenzioso tra il Cremlino da una parte e Stati Uniti ed Unione Europea dall’altro continua ad arricchirsi di nuovi elementi. Il più evidente, oggi, è il diverso approccio al problema delle ambizioni nucleari iraniane. Sebbene condividano la necessità di sbarrare la strada alla bomba degli ayatollah, i russi non vogliono rompere con Teheran – con cui hanno importanti legami economici – e si oppongono a sanzioni degne di questo nome anche se finora tutti i loro tentativi di mediazione sono falliti.

Un altro punto dolente sono le relazioni con Hamas: pur facendo parte del Quartetto e avendone in teoria sposato la linea intransigente, la Russia ha invitato una delegazione dell’organizzazione integralista a Mosca e – secondo notizie non confermate – le avrebbe addirittura fornito un contributo finanziario per supplire al taglio dei fondi europei.

L’attivismo del Cremlino in Medio Oriente è, peraltro, solo un aspetto del tentativo russo di riprendere, dopo un quindicennio di crisi, l’antico ruolo di grande potenza, a cominciare dal cosiddetto “estero vicino”: di qui le impudenti interferenze negli affari interni dell’Ucraina, l’appoggio altrettanto spudorato al leader bielorusso Alexander Lukashenko, conosciuto come l’ultimo dittatore d’Europa, e le persistenti prevaricazioni a danno delle ex-repubbliche sovietiche che, come la Georgia e la Moldavia, hanno scelto l’Occidente. Particolarmente inquietante, anche per i suoi riflessi sull’approvvigionamento energetico della UE, è apparso il recente tentativo di ricattare Kiev con l’arma del metano. Ma non finisce qui.

Repressione e diritti umani
Per lungo tempo, l’Occidente ha chiuso un occhio sulla selvaggia repressione russa in Cecenia, perché considerata parte integrante della guerra globale al terrorismo islamico. Un po’ di riflesso, è stato anche relativamente tollerante nei confronti delle continue violazioni dei diritti umani commesse da Putin, che in certi casi hanno addirittura assunto i connotati di una svolta totalitaria: repressione della libertà di stampa, uso politico della giustizia, restrizioni sull’attività delle ONG, arbitraria rinazionalizzazione di importanti settori dell’economia. Oggi, tuttavia, la musica è cambiata, come dimostra anche il bellicoso discorso del vice-presidente Cheney a una riunione di capi di governi dell’Europa dell’Est.

Chi pensava che Putin avrebbe potuto evolvere in un vero democratico sta cambiando idea, perché – si dice – un ex dirigente del KGB può perdere il pelo, ma non il vizio. Tuttavia, per il momento, a livello diplomatico è la Realpolitik a prevalere: la UE non vuole alienarsi un vicino potente che, per giunta, le fornisce il 20 per cento del suo fabbisogno di idrocarburi. Gli USA sono più intransigenti, ma hanno a loro volta bisogno della Russia non solo per fermare Teheran, ma anche nei rapporti con la Corea del Nord e in Asia Centrale.

Un argomento, del resto, si può portare a favore di Putin: governare un Paese come la Russia, che finora non aveva mai conosciuto la democrazia, come se si trattasse della Gran Bretagna o dell’Australia sarebbe impossibile.