IAI
Editoriale

Il triangolo dell’instabilità

2 Mag 2006 - Enrico Sassoon - Enrico Sassoon

Gli attentati terroristici di Al Qaeda, l’offensiva populistico-diplomatica di Ahmadinejad, il rebus tuttora irrisolto di Hamas in Palestina costituiscono oggi i vertici di un triangolo virtuale e strategico attorno al quale ruotano i grandi giochi della politica internazionale ma anche degli interessi economici mondiali. L’intreccio tra questi tre elementi di destabilizzazione degli equilibri internazionali è stretto e continuo nel tempo. Frutto del caso o di una sapiente regia di un grande fratello con elevate doti di chiarezza strategica e sensibilità mediatica? Né l’uno né l’altra, certamente, anche se in parte l’uno e in parte l’altra.

Al Qaeda
La strategia di Osama Bin Laden e dei suoi luogotenenti sembra, almeno finora, un fallimento quasi-totale. Nonostante le crudeli conseguenze degli attentati terroristici a partire dall’11 settembre fino alla strage di Dahab, la speranza di provocare una sollevazione anti-occidentale nell’insieme del mondo islamico, dall’Arabia all’Indonesia, è sostanzialmente fallita. Come argomenta Laura Guazzone in questa edizione di AffarInternazionali, i popoli islamici nei vari paesi rimangono sordi agli appelli di Bin Laden e si mostrano assai più propensi a dare fiducia alla strategia di lungo termine dei partiti islamisti, che restano tenacemente conservatori, ma che sembrano offrire una prospettiva sia pure vagamente riformistica in ambiti rimasti finora totalmente chiusi e bloccati.
Al Zawahiri può ben rivendicare, per nome del suo capo Bin Laden, di avere spezzato la schiena agli americani con tre anni di lotta senza quartiere in Irak. Ma se (come argomenta nel suo articolo Roberto Aliboni) l’America e i suoi alleati non possono pretendere di avere stabilizzato il paese, nonostante l’indubbio successo politico delle elezioni irachene del dicembre scorso, neppure Al Qaeda e la guerriglia in Irak possono vantare alcun progresso che non sia di natura effimera e di mera paralisi dell’intera situazione irachena. Ed è degno di nota che persino Hamas, che certo non disdegna l’arma terroristica, abbia preso le distanze dal terrorismo “tout azimut” di Bin Laden.

Iran
Il giorno fatale è passato: il 28 aprile l’Aiea ha decretato in modo succinto e secco che l’Iran non collabora con l’Onu e che ha l’uranio necessario a svolgere il suo programma nucleare. Si è aperta così la strada per le sanzioni internazionali e, almeno in teoria, si è avvicinata di un passo una possibile soluzione militare capeggiata dagli Usa. Ma la realtà è che, almeno per ora, il gioco resta nelle mani di Teheran. Il problema è stabilire di quale gioco si tratti.
Il premier Ahmadinejad lancia le sue provocazioni, inneggiando alla distruzione di Israele e affermando il diritto assoluto dell’Iran di dotarsi di armi nucleari, mentre i tecnici iraniani predispongono i vettori per trasportarle a lunga distanza. Il mondo è attonito e reagisce con scandalo alla furia verbale di quello che verrebbe da chiamare un dittatore da operetta. Solo che non è un dittatore ma un leader eletto; e che l’Iran degli ayatollah non sia da operetta lo ricordano la determinazione con cui si è difeso dall’Irak nella feroce guerra degli anni ottanta.
Per Israele Ahmadinejad farà la fine di Hitler e Saddam Hussein, che effettivamente sono crollati con i loro sogni millenaristici, ma a un costo storicamente abnorme, che nessuno oggi ha l’animo di contemplare. Si parla allora, una volta di più, di sanzioni. Sogno o realtà?
Thomas Friedman su Foreign Policy propone la sua nuova visione della “Petropolitica”, che consiste in sostanza nell’idea che più sale il prezzo del petrolio, meno i regimi antidemocratici nei paesi petroliferi del Medio Oriente, dell’Africa e dell’America Latina avvertono lo stimolo ad aprire e diversificare la struttura economica e a concedere spazi democratici nell’assetto politico. Gli fa eco Christopher Dickey che avverte che le sanzioni oggi sarebbero del tutto inefficaci, per molte diverse ragioni. Alcune di queste sono che gli equilibri mondiali tra domanda e offerta di petrolio sono troppo stretti; che l’Europa abbaia ma non morde; che la Cina spera di concludere a breve un accordo da 100 miliardi di dollari per il petrolio; che la Russia vuole continuare a costruire in Iran impianti nucleari multi-miliardari.
Le sanzioni si tradurrebbero in un nuovo shock petrolifero a oltre 100 dollari al barile, e non lo vuole nessuno. Questo è il quadro che Ahmadinejad e Khamenei conoscono benissimo e sul quale giostrano le loro carte, sperando che il gioco vada avanti abbastanza per consentire loro di mettere le mani sulla bomba e modificare l’assetto strategico dell’intero Medio Oriente, se non del mondo.

Hamas
Il terzo vertice del triangolo è rappresentato dalla questione palestinese. L’intreccio con gli altri due vertici è dato dall’appoggio inequivoco garantito sia dall’Iran che da Al Qaeda, abilissimi nello sfruttare a proprio favore l’emozionalità che il tema Palestina solleva in tutto il mondo islamico. Ma se i palestinesi in generale ringraziano, non altrettanto possono fare i capi. Il presidente Abu Mazen e il premier neoeletto Haniyeh sono divisi da due diverse visioni strategiche, con il primo attivamente impegnato nel tentativo di trovare una soluzione negoziata con Israele e il secondo incastrato nell’ambigua posizione di Hamas, come “partito di lotta e di governo”. Ma ambedue prendono le distanze dal leader iraniano e dallo sceicco saudita.
Hamas può ben desiderare la vittoria e la distruzione totale di Israele, per approdare alla costituzione di uno Stato islamico palestinese; ma sa bene che l’unica prospettiva realistica è quella dei due Stati e dei due popoli. Un conto è sperare in cuor proprio che Israele venga cancellata dalla carta geografica, come è rimasto scritto per decenni nella Carta palestinese e come propongono i libri per gli scolari palestinesi; un altro conto è essere messi in imbarazzo di fronte all’opinione pubblica mondiale e all’Onu dalle minacce sguaiate di un Ahmadinejad o da quelle visionarie di un Bin Laden.

Soluzione sfuggente
Per nessuno dei tre punti di vertice del triangolo dell’instabilità internazionale è individuabile una soluzione non solo nel breve, ma anche nel medio termine. Il progetto esplicito di Osama e di Ahmadinejad sembra sempre più rappresentato dal tentativo di saldare tutti i punti di crisi nel mondo islamico in funzione antioccidentale e anti-israeliana. Di fronte, il poco unito Occidente, in bilico tra la speranza di un’efficace azione multilaterale basata sulle sanzioni e il timore della necessità di un intervento armato, inevitabilmente egemonizzato dagli Usa. In mezzo rischiano di restare schiacciati i palestinesi, sempre sacrificabili agli interessi superiori del panislamismo e panarabismo della regione; e lo stesso Israele, cui potrebbe essere demandato il non gradito compito di disinnescare la mina iraniana prima che sia troppo tardi. Ma questa sarebbe la soluzione della disperazione, capace di incendiare non solo il Medio Oriente petrolifero, ma il mondo intero.