IAI
Islam: la lotta per l’egemonia

Il modello politico islamista segna il fallimento di al-Qa’ida

2 Mag 2006 - Laura Guazzone - Laura Guazzone

Di recente al-Qa’ida si è manifestata più volte, con messaggi dai suoi leader principali (Zawahiri, Bin Laden e Zarqawi) e, forse, con gli attentati del Sinai e di Nassiriya. Tutti questi messaggi a distanza ravvicinata suggeriscono un bisogno di ribadire all’audience musulmana le “ragioni” di al-Qa’ida, mentre nel mondo arabo si afferma un modello d’azione politica islamica diverso e opposto. Al modello di al-Qa’ida, che cerca di imporre con le armi ai musulmani stessi la propria visione del mondo, fondata sulla restaurazione d’un preteso ordine globale islamico, mai esistito e oppressivo, si contrappone infatti, con crescente successo nel mondo arabo un altro modello: quello dei partiti islamisti riformisti che, dal Marocco all’Egitto, offrono per via elettorale una proposta politica articolata, ispirata all’interpretazione dei principi islamici e specifica per i singoli paesi.

Ai primi di marzo 2006 i leader di Hamas hanno rinviato al mittente un messaggio di Ayman Zawahiri (il numero due ed ideologo di al-Qa’ida) che pretendeva di dettare la linea al movimento islamista palestinese vittorioso nelle elezioni di gennaio. Non si è trattato di uno strappo improvviso, né d’un battibecco interno tra un partner junior improvvisamente famoso e un partner senior che rivendica la propria primazia. Hamas e al-Qa’ida non appartengono alla stessa famiglia, bensì rappresentano due visioni islamiche e due strategie politiche diverse, contrapposte e in competizione per la conquista “del cuore e delle menti” dei musulmani che credono che per i mali politici e morali della società “l’islam è la soluzione”.

I partiti islamisti
Con questo slogan elettorale Hamas e tutti gli altri partiti islamisti arabi sunniti affiliati ai Fratelli musulmani registrano un crescente successo elettorale, come partiti (in Algeria, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Yemen), o come indipendenti (Egitto, Kuwait, Arabia Saudita). Tutti questi partiti sono rimasti socialmente conservatori, ma avanzano concrete proposte di riforma (come ad esempio l’Iniziativa per la democrazia del 2004 dei Fratelli egiziani) e hanno adottato pratiche politiche sempre più democratiche. E’ simile anche l’evoluzione dei partiti islamisti sciiti in Libano, Bahrein e Iraq (al-Da’wa). Il successo (relativo) dei partiti islamisti è perciò il successo d’un’offerta politica a tutto campo -dal sostegno alle imprese coniugato alla solidarietà sociale, ad una riforma delle istituzioni politiche verso il parlamentarismo costituzionale democratico (contro l’accentramento dei poteri nei monarchi-presidenti)- in paesi soffocati da regimi inamovibili o in costruzione (Iraq, Libano, Palestina).

La competizione tra al-Qa’ida e gli islamisti
Il progetto politico di al-Qa’ida è invece nebuloso: la restaurazione d’un indefinito meta-Stato Islamico che assicura il riscatto escatologico, non politico. Chiara però la strategia di al-Qa’ida e dei movimenti apparentati: il jihad per abbattere il “nemico vicino” (gli attuali regimi musulmani e Israele), con il terrorismo contro “il nemico lontano” (l’Occidente giudaico-cristiano) e la scomunica (che condanna a morte) contro i musulmani che collaborano col nemico, rifiutando l’invito ad unirsi al jihad. E tra i musulmani collaborazionisti, secondo al-Zawahiri, possono essere iscritti anche i partiti islamisti.

La visione politica (come quella dottrinaria) di al-Qa’ida è dunque oggettivamente contrapposta a quella degli islamisti. In questo quadro i recenti messaggi di al-Qa’ida rappresentano il rinnovo dell’esortazione al jihad rivolto agli islamisti, ma anche uno sforzo di propaganda di al-Qai’da messa in difficoltà dall’ascesa degli islamisti (non a caso i diretti destinatari palestinesi e sudanesi hanno pubblicamente respinto anche il messaggio di Bin Laden) e dalla formazione del primo governo iracheno eletto.

L’opzione islamista
La competizione oggettiva tra islamisti e jihadisti è ben compresa da alcuni regimi arabi, ad esempio in Marocco, Algeria, Giordania e persino in Arabia Saudita, dove si offre agli islamisti uno spazio controllato per contrastare l’appeal dei jihadisti. L’ascesa del modello islamista sembra invece meno ben compresa in Europa, dove all’influenza della visione prevalente negli Usa (che dopo l’11/9 ha accomunato ad al-Qa’ida tutte le manifestazioni dell’islam politico), si somma l’influenza delle elite di quei paesi arabi come l’Egitto (dove gli islamisti godono di un consenso tale da renderne difficile il controllo mantenendo le apparenze della democratizzazione) o come la Libia e la Tunisia, dove il regime non ammette dissensi.

Consigliere scientifico dello Iai e associato di Storia contemporanea del mondo arabo, Facoltà di Studi Orientali, Università di Roma “La Sapienza”

Per saperne di più
Gilles Kepel, Fitna. Guerra nel cuore dell’Islam, Economica Laterza, 2006

Fawas A. Gerges, The Far Enemy. Why Jihad Went Global, Cambridge University Press, 2006

Risultati elettorali partiti islamisti

Laura Guazzone (a cura di), , Franco Angeli, 1995