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Medio Oriente

I palestinesi, Hamas e i dilemmi per Israele

22 Mag 2006 - Giorgio Gomel - Giorgio Gomel

Due importanti eventi lasciano intravedere uno spiraglio, se non di trattativa di pace, almeno dell’avvio di una più pragmatica concretezza, dopo l’immobilismo di alcuni mesi, successivi all’ascesa al potere di Hamas.

Il primo è costituito dalla decisione del Quartetto di fornire aiuti di carattere umanitario ai palestinesi, attraverso un meccanismo per il quale i flussi finanziari non transitino per l’Anp. La decisione consentirà di fornire assistenza d’emergenza al fine di evitare l’implodere della società palestinese in una crisi economico-sociale di estrema gravità. Il blocco degli aiuti (circa 1 miliardo di dollari l’anno), il rifiuto di Israele di trasferire all’Anp il gettito di dazi sui beni importati in Palestina (circa 60 milioni di dollari al mese), le restrizioni ai movimenti di merci fra la striscia di Gaza e Israele e all’interno della Cisgiordania hanno fortemente aggravato le condizioni dell’economia palestinese.

Secondo il rapporto reso pubblico da J. Wolfensohn, il reddito pro capite potrebbe crollare di un quarto nel 2006 qualora le attuali condizioni si protraessero. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, “nelle attuali circostanze, i palestinesi occupati dall’Anp o dipendenti dai salari dell’Anp (circa il 30% della popolazione) subiranno forti cadute del reddito, mentre la Anp non riuscirà ad assicurare i servizi essenziali e a mantenere l’ordine pubblico”. Ne potrebbero conseguire una crisi umanitaria; condizioni di insicurezza diffuse, con atti di violenza contro l’Anp da parte di individui depauperati e frustrati; una vera paralisi istituzionale dell’Anp messa in condizioni di non potere più erogare servizi, come l’istruzione, che verrebbero trasferiti di fatto a privati, ovviamente di matrice religioso-fondamentalista.

La seconda novità è l’appello sottoscritto da esponenti palestinesi, condannati e detenuti nelle carceri israeliane, quali Marwan Barghouti (dei Tanzim, formazione paramilitare di Al Fatah) e Abdal Khaleq Natche (di Hamas). Nel documento i firmatari sostengono la soluzione di “due stati per due popoli”, con il riconoscimento implicito della legittima esistenza dello stato di Israele e l’invocazione di uno stato palestinese pienamente sovrano entro i confini del giugno 1967, inclusa la divisione di Gerusalemme, che diverrebbe capitale dei due stati. Il negoziato dovrebbe essere condotto dal Presidente Abbas e l’eventuale accordo sottoposto al Parlamento o a un referendum popolare.

In che senso questi due sviluppi possono dischiudere uno spiraglio negoziale? Quali condizioni devono realizzarsi perché riprenda slancio un percorso a cui il ritiro israeliano da Gaza dell’estate scorsa sembrava preludere? L’elemento che oggi prevale è quello dell’unilateralismo. Gli israeliani restano convinti della mancanza di una controparte disponibile a una trattativa di pace; il governo procederà a ulteriori ritiri unilaterali, la cui entità e geografia restano incerte, ma non oltre il confine segnato dalla “barriera di separazione” in Cisgiordania, implicando quindi l’annessione de facto a Israele di vaste aree dove si addensano gli insediamenti israeliani più popolosi. Tra i palestinesi, Hamas soggiace alla assolutezza ideologica del “rifiuto di Israele”: il rifiuto di abbandonare la pratica della violenza, di riconoscere Israele e di negoziare con esso.

Se non è possibile, in queste condizioni, riattivare un negoziato, si può almeno immaginare un percorso fatto di passi unilaterali che consentano di rompere l’immobilismo? Hamas potrebbe accettare il piano proposto dalla Lega Araba nel 2002, che prevedeva il riconoscimento di Israele, se si fosse ritirato dai territori occupati nel 1967, avesse accettato uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale, e una soluzione equa e concordata alla questione dei rifugiati. Un secondo punto è la rinuncia alla violenza. Ma su questo vi è una distinzione da fare: il diritto alla lotta armata contro l’occupante è riconosciuto internazionalmente, come ha ammesso la stessa Livni, Ministro degli Esteri israeliano. Quello a cui Hamas deve rinunciare è il terrorismo contro i civili, impegnandosi a contrastare chi vi ricorre. Ma la cosa essenziale è che venga prorogata a lungo termine la tregua di fatto, la “Hudna”, sostanzialmente rispettata da Hamas dal febbraio 2005.

Per quanto concerne Israele, il governo testé formato potrebbe decidere di bloccare gli omicidi mirati (se la tregua regge), di liberare un consistente numero di prigionieri palestinesi e di prendere misure per alleviare la vita quotidiana della popolazione palestinese sotto l’occupazione. Resta la questione Hamas: Israele dovrebbe continuare a isolarlo, forzando la caduta del governo democraticamente eletto nel voto di gennaio, oppure avviare qualche forma di negoziato? L’attuale atteggiamento di “wait and see” in attesa del crollo delle istituzioni palestinesi, e del caos anarcoide che ne potrebbe scaturire, non sembra un’avveduta scelta diplomatica. L’estremismo, la violenza terroristica, e il consenso popolare di Hamas sarebbero rafforzati da un’azione diretta a rovesciare il governo. Hamas si volgerebbe all’Iran sciita.

L’interesse genuino di Israele è invece quello di spingere Hamas verso posizioni di un islamismo radical-nazionalista, ma non fondamentalista-jihadista, cercando di volgere le ambiguità della sua leadership e del sostegno dei palestinesi ad essa in favore di una coesistenza di fatto fra i due popoli. Non è trascurabile la forza legittimatrice che un’intesa anche parziale tra Israele e Hamas rivestirebbe presso i palestinesi e che oggi Al-Fatah, in opposizione ad Hamas, non sarebbe in grado di assicurare. Israele potrebbe negoziare con il Presidente dell’Anp, con il sostegno indiretto di Hamas e l’impegno comune di sottoporre a referendum gli eventuali accordi raggiunti.