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Medio Oriente

E’ il momento giusto per lasciare l’Iraq?

30 Mag 2006 - Mario Arpino - Mario Arpino

Il 12 giugno, il nostro Ministro degli Esteri incontrerà Condoleezza Rice per parlare delle strategie e dei tempi di uscita dall’Iraq dei nostri 2.700 soldati. Missione difficile, condizionata, da un lato, dalle frange estreme dell’Unione, ma, dall’altro, agevolata dall’ottima reputazione che D’Alema conserva negli Usa sin da quando era Presidente del Consiglio. Con il buon senso si potranno evitare almeno due cose: eccessive penali in politica estera e, parallelamente, la vanificazione degli sforzi sinora compiuti. Anche l’incontro recente di Blair e di Bush, che in Iraq dispiegano rispettivamente 8.000 e 130.000 soldati, ha reso evidente che, al di là di facili dichiarazioni pubbliche in termini di ritiri e riduzioni, il desiderio di annunciare una definitiva exit strategy effettivamente c’è ed è comune. Il desiderio, ma non la strategia. Quella allo studio, sembrerebbe per forza di cose legata all’efficacia che saprà dimostrare il nuovo governo iracheno. In ogni caso, almeno per i principali alleati, sarà strategia con tempi non brevi, visto che la fretta, si sa, spesso è cattiva consigliera.

Il paradosso dell’addestramento accelerato
La forte intensificazione delle azioni degli “insurgents” e dei loro temporanei alleati – i cosiddetti “arabi” di al Zarkawi – era iniziata diversi mesi or sono, contemporaneamente al primo tentativo di riunione del parlamento appena eletto, e si era accentuata durante le lotte intestine che hanno portato alla designazione condivisa dello sciita laico Jawad al Maliki quale premier.

Inoltre, gli obiettivi più frequenti sono state le reclute della polizia e dell’esercito, nella stragrande maggioranza sciite e curde, e i loro istruttori. Tra questi, si distinguono i nostri militari. È ovvio che, in una situazione in continuo sbilanciamento a danno dei sunniti, agli ex baathisti per sopravvivere non resti che continuare ad alimentare le fila della guerriglia. La situazione va quindi corretta, e a questo fine l’”uscire” troppo presto certo non aiuta. Ecco perché, ora lo si può comprendere, l’accelerazione dell’addestramento può paradossalmente essere una delle più rilevanti concause della lentezza del processo di stabilizzazione.

Il problema è che la coalizione, a causa della fretta eccessiva di alcune sue componenti, per salvarsi l’anima ha messo il carro davanti ai buoi. Ora il premier al Maliki, dopo cinque mesi di difficile gestazione, è riuscito bene o male a comporre un governo che ha ottenuto la fiducia, anche se ministeri importanti sono ancora da assegnare. È la prima volta nella storia dell’Iraq, e tradiremmo lo spirito della missione se gettassimo la spugna proprio ora che qualche frutto è possibile.

Il nuovo governo iracheno ha ancora bisogno di noi
Infatti, proprio questo è il governo che dovrà eliminare le “parentesi quadre” che nella nuova Costituzione ancora racchiudono elementi di indeterminazione e discordia, come le procedure di discriminazione degli uomini dell’ancien régime, e porre così almeno le basi per una pacificazione nazionale. Fino ad allora occorrerà che le truppe della coalizione rimangano, magari rallentando arruolamenti e addestramento fino a che il nuovo governo non sarà a buon punto con l’opera di recupero di alcuni esperti funzionari baathisti e di un certo numero di militari ancora oggi costretti alla macchia. Un più rassicurante equilibrio dei Corpi armati riporterà il carro al suo posto, ovvero “dietro” ai buoi.

Sarà possibile, allora, riprendere l’addestramento con minori preoccupazioni per tutti, svuotando progressivamente le file della guerriglia. Attività, quest’ultima, scomoda tanto per chi la subisce quanto per chi la conduce. Quando il governo iracheno e i principali alleati saranno d’accordo, la coalizione potrà iniziare il ritiro, visto che nel contempo gli stessi sunniti avranno già provveduto a “liquidare” i loro poco amati amici “arabi”, non più utili ad una causa ormai vuota di contenuti. È in questo quadro che, magari con buon anticipo sui principali alleati, potremmo ritirarci anche noi. Con tutti gli onori.