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Politica estera

E’ il momento del rilancio

17 Mag 2006 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

È difficile fare politica estera, e ancora più di difesa e di sicurezza, con un bilancio agli sgoccioli e prospettive finanziarie semestrali. Già quest’anno, il nuovo governo dovrà rifinanziare tutte le attività dei nostri dicasteri, comprese quelle ordinarie, per riuscire ad arrivare a dicembre senza danni maggiori.

Diamo per scontato che la soluzione ottimale è quella di trovare i fondi necessari: anche in tal caso sarebbe opportuno fare qualche scelta, ma avremmo più tempo per decidere. Purtroppo però questa ipotesi è anche la meno probabile: più fondi potranno e dovranno essere deliberati, in particolare per Esteri e Difesa, ma realisticamente questo potrà avvenire solo in un arco temporale più largo, nel giro dei prossimi due o tre anni e, sperabilmente, in modo progressivo. Nel frattempo, per mantenere un qualche margine di efficacia dovremo essere capaci di selezionare e privilegiare alcune iniziative rispetto ad altre. Purtroppo però il nostro governo non è dotato di validi meccanismi istituzionali di programmazione, che sappiano gestire in modo ottimale la scarsità e scegliere con oculatezza.

Il luogo costituzionalmente deputato a prendere tali decisioni è il Consiglio dei Ministri, e quindi il suo Presidente, coadiuvato dal suo staff e da appositi meccanismi interministeriali: in realtà però a Palazzo Chigi non esistono le strutture, le conoscenze o le competenze necessarie per compiere tale lavoro, e i comitati interministeriali sono soprattutto famosi per non prendere decisioni. Tutto si affastella al momento della riunione del Consiglio dei Ministri, senza alcuna vera preparazione alla decisione. Conseguenza inevitabile: provvedimenti affrettati, parziali, privi del necessario spessore operativo e spesso anche di continuità.

La politica estera
A parte l’Europa, la logica della nostra azione internazionale ruota attorno allo status dell’Italia quale membro del G-8. Purtroppo però la mancata riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il formale collegamento tra la Germania e i membri permanenti del Consiglio sulla gestione delle crisi iraniana (che segue all’iniziativa tripartita europea sull’Iran, cui già l’Italia non partecipava) dimostra che la partecipazione al G-8 non è più sufficiente ad evitare nostre emarginazioni. D’altro canto la crescente globalizzazione della politica, con l’emergere di nuove potenze quali l’India e il Brasile, rimette in discussione quel vecchio ordine.

Per reagire a questa tendenza negativa l’Italia deve accrescere il suo peso sia all’interno dell’Europa (a cominciare da un nuovo rapporto con la Germania) che nella sua area di immediato riferimento strategico (Balcani, Mediterraneo, Medio Oriente, possibilmente Africa), pur non perdendo i contatti con il resto del mondo. Allo stesso tempo deve rendere molto più coesa ed efficace la sua presenza nelle grandi istituzione di governance dell’economia internazionale ed in genere deve accrescere le capacità della sua politica economica e commerciale all’estero.

Difesa e sicurezza
L’Italia deve puntare a non essere emarginata dai processi di aggregazione europea (mantenendo alto anche il suo livello tecnologico), ma deve soprattutto ristrutturare le sue capacità in due direzioni: accrescere la proiettabilità delle forze e realizzare una maggiore integrazione tra le sue capacità militari in senso proprio e le sue capacità di sicurezza (anch’esse rese più proiettabili) così da essere in grado di modulare gli interventi nelle aree di crisi a seconda delle effettive esigenze sul terreno e di realizzare una più completa protezione del suo territorio dalle minacce asimmetriche.

Il raggiungimento di questi obiettivi va al di là delle capacità dei singoli dicasteri di riferimento e richiede un’azione complessiva e continuativa a livello di Presidenza del Consiglio. Si è parlato molto in questi anni (senza peraltro fare mai nulla) della istituzione di un Consiglio Nazionale per la Sicurezza e/o di un Consiglio per l’Economia internazionale. Anche senza arrivare a tanto, già sarebbe un grosso passo avanti se venisse istituita una forte e corposa Segreteria del Consiglio dei Ministri, collegata direttamente al Presidente e al suo Sottosegretario, con capacità di programmazione e di verifica delle politiche governative, che raccolga le competenze sparse qua e là in vari uffici come quelli del Consigliere diplomatico, del Consigliere militare e del Cesis, arricchendole e collegandole più organicamente al processo decisionale.

Un tale organismo dovrebbe quindi svolgere due compiti chiave: primo, fornire al governo una visione prospettica di medio termine che favorisca la coerenza delle decisioni, secondo, controllare la rispondenza tra tali iniziative e le risorse che dovranno messe a disposizione dei dicasteri interessati, non solo nell’immediato, ma nel più lungo termine (almeno triennale), così da consentire una pianificazione con più alti margini di certezza e di efficacia.

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