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Politica estera

C’è qualche nuovo lungimirante Giorgio Napolitano in Italia?

17 Mag 2006 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

Parlando delle formazione del nuovo governo italiano, il settimanale politico americano The New Republic ha scritto che “Prodi dovrà fare l’equivalente politico di camminare sull’acqua”. La politica estera e le vicende internazionali sono notoriamente candidate a costituire quegli inciampi che possono portare l’equivalente del Gesù di Nazareth a ritrovarsi con l’acqua al collo. E, per restare in metafora, il maggior rischio per lui è che per metterlo in tale incomoda posizione gli vengano rinfacciate le sacre scritture, sia bibliche che neotestamentarie, che sarebbe come dire il testo costituzionale e il programma elettorale rispettivamente.

Ora, da sempre i testi sacri hanno mostrato una certa tendenza a essere fonte di divisione più che di unione: storicamente e, oggi, politicamente. E questo tanto più quanto ci si attiene alla lettera delle scritture, lettera sempre parziale, per versetti o paragrafi, senza vedere, o voler vedere, l’insieme del testo, il suo contesto storico e soprattutto il suo spirito.

Linee-guida coerenti
Storicamente per l’opera di fede, attualmente per l’opera di governo, che affronta quotidianamente una realtà in mutamento, i testi devono ispirare ma non possono esaurire. Il contesto e lo spirito della politica estera del centro-sinistra dovrebbero essere chiari: ricostituire il ruolo internazionale dell’Italia sulla base della Triplice che lo ha guidato nell’ultimo mezzo secolo, in modo abbastanza equilibrato ai fini delle relazioni con gli “altri”, e complessivamente vincente ai fini degli interessi propri: 1) ruolo da protagonista dell’integrazione in Europa; 2) fattore di sicurezza e partecipe di crescita nel sistema occidentale (Alleanza atlantica e G8); 3) promotore di regole multilaterali e di sviluppo nel mondo. Non sono le beatitudini, ma sono linee-guida abbastanza coerenti.

Restano da definire i discepoli, cioè la classe di governo. E qui sta forse il problema oggi più difficile. Quando la suddetta politica estera prese le mosse, il problema si poneva essenzialmente in termini di “collocazione” internazionale del Paese (chi ha i capelli grigi ricorderà il ricorrere della parola), che era poi la condivisione, o almeno l’accettazione, della Triplice da parte delle principali forze politiche del Parlamento, in particolare di quelle che facevano parte o erano destinate a far parte della maggioranza. Successivamente e subordinatamente alla soluzione di questo problema, venne l’azione.

Resistenze interne
Ora, quando a presiedere la Camera dei Deputati fu eletto Pietro Ingrao – precedente largamente citato in occasione dell’elezione alla stesso soglio di Fausto Bertinotti – nel partito comunista si stavano da tempo muovendo alcuni personaggi lungimiranti per costruire una nuova rete di relazioni europee e internazionali da questa parte della cortina di ferro, dove, per dirla con il Segretario, ci si sentiva più sicuri.

C’era Giorgio Amendola che parlava francese, c’era Sergio Segre che parlava tedesco, c’era Giorgio Napolitano che parlava inglese e che nel ’78 tenne una lezione in un’università americana – altro fatto molto menzionato in occasione dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Questi personaggi si trovarono di fronte molte resistenze da superare: Napolitano per esempio non poté tenere prima quella lezione perché il governo statunitense non gli dava il visto di ingresso. Ma assai maggiori furono le resistenze, gli ostacoli e le accuse che agirono alle loro spalle, per fermarli e per screditarli. Essi prevalsero non di meno, anche se a fatica – basti ricordare il no allo SME anticamera dell’euro, il no agli euromissili, che contribuirono alla fine della guerra fredda, e il no a far parte della forza ONU nel Sinai, che vennero tutti dal PCI alla fine degli anni ’70, con l’eccezione dell’indipendente Altiero Spinelli, di cui si celebra in questi giorni il ventennale della morte.

La politica estera italiana acquistò in tal modo quella maggiore consistenza che deriva ad ogni politica estera dal più largo consenso interno, nel momento stesso in cui la sinistra usciva dall’isolamento e acquistava a sua volta voce in capitolo nella formazione e conduzione dell’azione – non più solo collocazione – internazionale del Paese.

La questione è ora di sapere se vi sono questi personaggi nella sinistra del centro-sinistra e se sono pronti e capaci di venire avanti, sapendo che ancora una volta saranno le loro schiene a essere a rischio, più che i loro petti, ma sapendo anche che probabilmente si dimostreranno di nuovo lungimiranti. E vincenti.

Cesare Merlini è Vice Presidente Esecutivo, Consiglio per le Relazioni fra Italia e Stati Uniti.