IAI
Industria e Difesa

Ambizioni elevate, risorse falcidiate

2 Mag 2006 - Mario Arpino - Mario Arpino

L’epoca dei massicci consolidamenti industriali e del mercato globale, la difficoltà a tenere il passo con l’alto costo dell’energia e le continue riduzioni delle poste in bilancio non sono certo fattori che contribuiscono a tenere sotto le luci nella vetrina della Difesa le capacità delle singole industrie nazionali e i rispettivi prodotti. Tutto ciò, però, ancora non spiega il paradosso tutto italiano della forte differenza tra le ambizioni, sempre elevate, e le risorse, sempre falcidiate. Il fatto è che, sotto un profilo culturale, da noi la difesa interessa assai poco e, di riflesso, così è per il suo bilancio e per la sua industria. Prova ne è che, nella recente campagna elettorale, irrilevante o nulla è stata la presenza dei temi correlati.

Qualità e quantità
Preoccupazione e nervosismo, con comportamenti a volte schizoidi, è ciò che oggi si nota in tutto il comparto. Nei numeri e nelle percentuali che caratterizzano gli ultimi bilanci, dopo il baratro apertosi con il 2006 c’è infatti qualcosa di assai più pericoloso ed insidioso della scarsa “quantità”. Mi riferisco alla “qualità” di questo bilancio. In linea teorica, l’indice di qualità è dato dalla sommatoria delle spese per la ricerca, l’ammodernamento e l’esercizio, che dovrebbe risultare sempre superiore o, al massimo, uguale alle spese per il personale, diciamo 50 e 50. Viceversa, sebbene ciò interessi sia il “cliente” che il “fornitore”, la divaricazione della forbice si attesta oggi su valori pari a 30 e 70.

Sinora, non essendo comprimibile in un sistema sociale protetto la spesa per il personale, i “tagli” si sono accaniti sull’ammodernamento e sull’esercizio. E’ fisiologico il fatto che essi incidano molto di più sui piccoli programmi che su quelli grandi, tutelati dagli accordi internazionali. Si finisce così per posporre o cancellare tutte quelle attività che, sebbene piccole e di ridotta portata finanziaria, sono in grado di conferire efficienza ed incrementare capacità operativa.

Ciò significa due cose. Sul piano militare, erosione dell’efficienza complessiva, pur in presenza di mezzi nuovi o relativamente moderni. Sul piano industriale, grave sofferenza di quella piccola-media industria ad alta tecnologia che si occupa della vita quotidiana delle forze, mentre la grande industria, meno toccata, sarà costretta a confidare in misura sempre inferiore sulle acquisizioni nazionali per il lancio all’estero dei propri prodotti. Anche i grandi, tuttavia, danno evidenti segni di inquietudine e di nervosismo, sviluppando una politica “fai da te”non sempre chiaramente leggibile in funzione delle “mutazioni” della grande industria europea e transatlantica.

Il coraggio di decidere
Mi corre l’obbligo, in conclusione, di ritornare agli elementi di riflessione con i quali avevo iniziato. Se è vero che il mercato segue solo se stesso e di conseguenza l’industria, se lasciata in libertà, insegue il business anche nella scelta delle alleanze, è altrettanto vero che quando si tratta di sicurezza e difesa è necessaria una politica vera, proposta dal Governo e approvata dal Parlamento. Limitarsi a dire che “la nostra bussola sono l’Europa, la NATO e la fedeltà al rapporto transatlantico nella salvaguardia dei valori dell’Occidente”, come indirizzo all’industria non serve proprio a nulla. Anzi, serve a confondere le idee anche ai cittadini.
Occorreva forse un po’ più di coraggio il 12 settembre 2001, il giorno dopo il nuovo inizio della Storia. Altri lo hanno avuto. Avevamo anche noi, con l’approvazione del Parlamento, degli impegni che potevano fornire l’occasione per un salto di qualità nella sicurezza e difesa che allora, a caldo, i nostri concittadini avrebbero forse giustificato e condiviso. Ora è più difficile invertire la rotta. Se, però, è davvero questione di cultura nazionale, questo processo qualcuno prima o poi lo dovrà pur avviare, senza aspettare occasioni che speriamo non debbano mai più ripetersi. Chi raccoglierà la sfida?