IAI
Politica estera

Obiettivo credibilità

12 Apr 2006 - Cesare Merlini - Cesare Merlini

La politica estera dimenticata della campagna elettorale difficilmente balzerà al centro dell’attenzione nella delicata formazione del Governo dopo il pareggio elettorale. Male. Male due volte: perché il Paese ha un bisogno disperato di credibilità all’estero (qualcuno comincia a chiedere a che titolo siamo nel G8); e perché il Governo, quale che sia, non sceglierà la prossima crisi internazionale, quale che sarà, a cui sarà esposto.

Più vicini all’America, più lontani dall’Europa
Proviamo dunque a tracciare un bilancio super-sintetico delle scelte di politica estera realizzate nel quinquennio di governo del centro-destra. Per cominciare, nessun capo di Governo italiano nella storia della Repubblica ha potuto vantare un così stretto rapporto personale con il Presidente degli Stati Uniti. Il discorso alle camere riunite nel Campidoglio washingtoniano, il miglior intervento di Berlusconi in sede internazionale, ne è stato il coronamento e la consacrazione. George W. Bush avrà ceduto volentieri alle insistenze che, secondo fonti della Casa Bianca, sono venute da Roma perché l’evento avvenisse in campagna elettorale.

La presenza militare in Irak è stata più un sottoprodotto della scelta pro-americana che il prodotto di una geopolitica nazionale. E il più o meno parallelo avvicinamento dell’Italia alle posizioni di Israele, altra novità messa in rilievo dagli osservatori, ha avuto conseguenze più di politica interna (“sdoganamento” di Fini e del suo partito) che altro. Si può forse aggiungere l’azione in sede ONU contro l’aumento dei membri permanenti, iniziata peraltro prima del quinquennio e conclusasi con un esito formalmente positivo, sostanzialmente forse meno, dato il ruolo di “grande” di fatto acquisito comunque dalla Germania (più che dal Giappone).

A fronte di ciò sta quello che la gran parte degli analisti all’estero e in Italia chiamano lo scivolamento del nostro paese ai margini dell’Unione Europea. Se non fosse stato per la precedente inclusione nell’Euro e in Schengen e poi per l’intelligente e tenace azione internazionale del Presidente della Repubblica, questo processo avrebbe assunto proporzioni e provocato conseguenze drammatiche e irreversibili.

Al che si può aggiungere il calo delle risorse finanziarie disponibili per la politica estera e militare (che Affarinternazionali ha già messo in rilievo) con le sue ricadute negative nei campi della diplomazia, dell’aiuto allo sviluppo e della capacità di partecipazione ad interventi di qualsiasi tipo; come se la priorità assoluta data all’alleanza con gli USA dispensasse il Paese da ogni altro ruolo internazionale.

Infine c’è un problema di inquinamento atmosferico: l’aria si è fatta pesante intorno all’Italia, per la caduta di immagine politica ed economica nel mondo (anche in circoli vicini al centro-destra, come il think-tank di Bush), che lo svolgimento della campagna elettorale ha fortemente accentuato, anche a causa dell’impronta che le ha dato il capo del Governo uscente.

Le opzioni aperte, e non sempre chiare, del centro-sinistra
Dall’altro fronte, il programma comune del centro-sinistra mette chiaramente in evidenza che queste seconde partite di bilancio, tutte al passivo, sovrastano di gran lunga le prime, la cui inclusione all’attivo peraltro va fatta molto selettivamente. Anche qui il deficit di gestione, non altrettanto quantificabile di quelli economici, richiede di essere colmato. Come? Dove il “buco” è più grosso, da lì si deve cominciare, dall’Europa: l’imperativo categorico è di riportare il Paese al cuore dell’Unione Europea. Arduo ma non impossibile. Il numero degli Stati membri, che sono partner ma anche concorrenti, è aumentato, mentre è diminuita l’efficacia delle istituzioni comuni. Questo si traduce in tre linee d’azione:
1) nell’attuale fase di prevalenza del metodo intergovernativo, scegliere con cura gli alleati, partendo da una Germania che potrebbe aver bisogno di un partner come noi; 2) non rassegnarsi al declino del metodo federale e quindi promuovere i gruppi a integrazione avanzata di cui facciamo parte (Euro e Schengen) e rilanciare le ratifiche del Trattato costituzionale;
3) confermare il sostegno agli allargamenti avviati, che stabilizzano l’area europea più interessante per l’Italia, subordinandoli però agli obbiettivi del punto precedente.

E veniamo ai due capitoli in cui il programma del centro-sinistra appare reticente in misura non permessa a un programma di governo.

Innanzitutto il rapporto con gli Stati Uniti. La strada non è in salita quanto si vuol far credere. Il governo americano prenderà atto del cambio di guardia, sapendo che non si tratta di un cambio di rotta, quanto di un ritorno a un passato che è stato di stretta alleanza. Roma non sarà Madrid, anche se guarderà oltre a un presidente indebolito, per parlare a quella parte della maggioranza repubblicana che è moderata e internazionalista, e a un partito democratico che potrebbe anche riconquistare la Camera dei deputati alle prossime elezioni di medio termine. Per dire che? Che quella del mondo multipolare è una realtà non una bandiera, e che l’Italia è per affrontare questa realtà utilizzando al meglio gli strumenti multilaterali, ivi compresa un’Alleanza atlantica in cui una più forte componente europea non è motivo di debolezza, al contrario.

L’altro capitolo è quello dell’uso internazionale della forza: il principio è che la fonte primaria di legittimazione è l’ONU, ma la pratica deve essere figlia non schiava del principio. In caso di paralisi al Palazzo di vetro, l’esistenza di larghi consensi internazionali supplementari finisce per rafforzare il multilateralismo e togliere giustificazioni all’unilateralismo. Potremo tornare in seguito su come questo criterio generale si applica ai singoli casi. Qui vogliamo concludere osservando che nel passaggio da un programma elettorale a uno di governo il criterio guida non deve essere più quello del compromesso ma quello dell’interesse del Paese, su cui potranno quindi convergere anche consensi bipartisan.