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Africa

Nel Darfur il genocidio continua (e il mondo sta a guardare)

3 Apr 2006 - Pierluigi Valsecchi - Pierluigi Valsecchi

La crisi che devasta il Darfur ha già spesso sofferto i contraccolpi perversi di indecisione e attendismo da parte della comunità internazionale. Insieme al valore poco più che teorico di ben quattro soluzioni Onu e di qualche misura sanzionatoria, un’ambiguità di fondo ha accompagnato il dispiegamento nella regione a partire da fine 2004 di un contingente dell’Unione Africana che ammonta oggi a poco più di 7 mila uomini per un territorio grande quanto la Francia, con limitate funzioni di “monitoraggio” e poche risorse per espletarle. Del resto l’Unione Africana aveva premesso che la missione non poteva che essere preparatoria di un ben più corposo intervento dell’Onu.
In realtà quella che doveva costituire una sterzata verso la pace non è stata in grado di frenare la trasformazione del conflitto in una spaventosa guerra di logoramento combattuta con azioni contro la popolazione inerme. La crisi, dopo lunghe tensioni, era esplosa nel febbraio 2003, con l’insurrezione poco coordinata di gruppi armati diversi che esprimono le rivendicazioni di una regione emarginata nella spartizione delle risorse nazionali e le istanze etnicistiche delle comunità fur, zaghawa e masaalit nei confronti dell’elemento arabizzato della popolazione. Alcuni degli insorti erano fra l’altro collegati ad Hassan al-Turabi, capofila dell’opposizione contro il regime islamista di Omar Hassan Ahmad al-Bashir, al potere a Karthoum dal 1989.

Una realtà “raccapricciante”
A far parlare nel 2004 di “genocidio” delle comunità ribelli è l’operato delle milizie janjaweed e altre formazioni arabe, che paiono agire con la tolleranza di fatto del governo. A dispetto della presenza delle forze dell’Unione Africana, le cifre odierne della guerra delineano una scena raccapricciante: fra i 300 e i 400 mila morti, per una gran parte civili; forse 2 milioni di rifugiati interni, concentrati in campi solo parzialmente accessibili agli aiuti umanitari; circa 200 mila profughi in Ciad; gran parte degli insediamenti distrutti, l’economia sconvolta.
Ma ora, secondo diversi osservatori, c’è il rischio che si risolva in un altro disastroso “falso movimento” anche la decisione presa dall’Unione Africana il 10 marzo scorso, alla scadenza della missione nel Darfur, di prorogarla fino al 30 settembre 2006, per poi passare il testimone a una presenza diretta dell’Onu. Dopo aver a lungo combattuto contro questa ipotesi, resistendo a forti pressioni americane ed europee, il governo sudanese si è detto disponibile ad accettare l’avvicendamento, ma solo a condizione che sia preceduto da un effettivo accordo di pace coi ribelli, a garanzia certa della transitorietà della soluzione.
È proprio questo particolare che fa scuotere la testa ai sostenitori di un intervento internazionale risolutivo: i negoziati fra Karthoum e i movimenti ribelli in corso ad Abuja, in Nigeria – di recente è stata anche sollecitata la mediazione sudafricana – si trascinano da tempo senza risultati tangibili, mentre le scadenze ravvicinate dell’avvicendamento imporrebbero ormai di arrivare ad un testo definitivo entro fine aprile. Inoltre restano indefinite le stesse modalità dell’intervento Onu che per garantire un’azione veramente efficace dovrebbe mettere in campo almeno 20 mila uomini. Quale carattere e quale ampiezza avrà il mandato del contingente? E quale la reale possibilità di tutela della popolazione?

Il petrolio, elemento cruciale
Intanto la situazione della sicurezza in Darfur va degenerando sempre più. Anche se le forze ribelli sono frazionate e, sembra, finanziamenti libici le stanno dividendo ancor più, i militari di Karthoum non sono riusciti per parte loro a disarmare i janjaweed: secondo denunce americane e dell’Onu, in realtà non l’avrebbero voluto fare, così da indurre di fatto la ripresa degli scontri negli ultimi mesi, in particolare le azioni contro i civili.
Per capire appieno la determinazione del regime di al-Bashir a tenere l’Onu fuori dal Darfur bisogna considerare che un contingente di 10 mila caschi blu è già in via di dispiegamento nel Sud Sudan, a garanzia dell’accordo di pace firmato a Nairobi nel gennaio 2005, mettendo fine a oltre vent’anni di guerra fra il governo centrale e le forze secessioniste di questa regione, che resiste al processo di islamizzazione e arabizzazione linguistica implicito nel disegno di costruzione nazionale del Sudan, dominato da un gruppo dirigente espresso dalle regioni settentrionali del paese, arabe e islamiche.
Un elemento cruciale in questa contesa è il controllo del petrolio – una produzione di 500 mila barili giornalieri che saliranno a 650 mila entro il 2006 – i cui giacimenti sono concentrati nella parte meridionale del paese. L’accordo di pace, che garantisce al Sud una presenza pari al 30% nella composizione del governo nazionale, prevede anche una cogestione al 50% delle risorse petrolifere, che dovrebbe proseguire anche nell’ipotesi che il meridione optasse per l’indipendenza nel referendum previsto per il 2011.
In effetti l’eventualità della secessione è oggi quanto mai realistica. La morte in un discusso incidente di volo, lo scorso luglio, di John Garang, storico leader meridionale e, con l’accordo di pace, vice-presidente del Sudan e capo del governo del Sud, ha tolto dalla scena il principale politico secessionista che avesse una storia di legami ed effettivi interessi sul piano politico nazionale sudanese, Sicuramente più del suo successore, Salva Kiir Mayardit.
Mai come ora, insomma, un’opzione di uscita dal Sud è stata messa oggettivamente in conto del regime di Karthoum. Va da sè che questa ipotesi presuppone un sostanzioso consolidamento delle posizioni del governo nelle altre grandi periferie instabili del paese: in primo luogo Il Darfur e quindi la regione orientale, dove stanno montando rivendicazioni anti-centralistiche. Se nel Sud e sui Monti Nuba l’egemonia araba incontra anche una resistenza radicata nella diversità religiosa (cristianesimo e animismo), Ovest e Est sono terre di antica islamizzazione, ma solo in parte arabizzate. Il loro valore stategico diviene essenziale per il potere di Karthoum, una volta che l’identità nazionale sudanese, con l’allontanamento del Sud, sempre più trova nell’appartenenza religiosa un coefficiente oggettivo di definizione e trinceramento.

Complicità e alleanze
Il regime islamista di al-Bashir, insomma, non fa mistero di voler evitare in tutti i modi che una presenza internazionale nel Darfur prefiguri un altro annoso “protettorato” occidentale in terra islamica celato dietro la bandiera delle Nazioni Unite, dopo quelli già creati in medio Oriente.
Ma del resto Karthoum sembra avere ha per il momento concrete possibilità di evitare che tali suoi timori non si materializzino con effetti troppo difficilmente gestibili. Una virtuale “pulizia etnica” è stata di fatto attuata in gran parte del Darfur; il Ciad, che aiuta i ribelli, deve ora fare i conti con i contraccolpi di una conflittualità che ha contagiato il suo territorio e che – col sostegno di Karthoum – destabilizza il governo di Idriss Dèby. L’Est è in ebollizione, ma anche qui la rivendicazione è poco organizzata, mentre il governo cerca rapporti migliori con l’Eritrea, che fino ad oggi ha sostenuto i ribelli dell’Est e del Darfur. Sul piano internazionale el-Bashir può far conto su sostegni influenti e connivenze oggettive.
La Cina, per la quale il Sudan, col suo petrolio, rappresenta la principale area di investimento in Africa, è più che sospettata di aiutare Karthoum nell’aggirare l’embargo Onu sull’uso di nuovi armamenti nel Darfur. L’Egitto non è un amico del regime islamista, tuttavia, nelle preminenze geo-politiche del Cairo, un Sudan unito e solido è fondamentale garanzia della Valle del Nilo e del proprio approvvigionamento idrico. I rapporti con gli Stati Uniti, per i quali il Sudan – che ha condannato gli interventi in Irak e Afghanistan ed è amico dell’Iran, di Hamas e di altre forze radicali – resta nella lista dei sostenitori del terrorismo, sono andati tuttavia migliorando nel corso dell’attuale presidenza. Anche se la crisi nel Darfur ha aperto un nuovo fronte di diffidenza e confronto, tuttavia la rilevante collaborazione d’intelligence su al-Qaeda fornita da Karthoum agli americani, insieme alla svolta di pace nel Sud hanno allentato in maniera decisiva molti vecchi punti di tensione.
Sono molti, insomma, gli elementi che fanno pensare come, una volta venisse raggiunto un compromesso sul Darfur minimamente credibile agli occhi del mondo, una certa riacquisizione di presentabilità internazionale – e legittimazione di fatto – del potere islamista sudanese non sia un’ipotesi tanto peregrina. La storia recente del Pakistan potrebbe suggerire qualcosa.