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Economia mondiale

La sfida sull’energia in Europa: ritorno al protezionismo?

3 Apr 2006 - Paolo Guerrieri - Paolo Guerrieri

L’aspro confronto che si è aperto in Europa sui futuri assetti del comparto energetico, anche se non va letto come la vigilia di un conflitto protezionistico stile anni ’30, rischia comunque di innescare una contesa che potrebbe indebolire fortemente l’economia europea nel suo complesso e lo stesso processo di integrazione.

Va ricordato innanzi tutto che le grandi concentrazioni e fusioni in corso in Europa fanno parte di una tendenza più generale, che è cominciata negli Stati Uniti qualche anno fa, con l’avvio della fase di ripresa, e si è poi estesa anche alle altre aree avanzate.

In Europa l’ondata di concentrazioni ha messo in moto una prima serie di ristrutturazioni e riconversioni nel comparto bancario e finanziario, per interessare poi altri rilevanti settori dell’industria e dei servizi. Sono processi destinati a continuare e intensificarsi nei prossimi anni. Una larga fetta delle imprese e dei mercati in Europa ne verrà investita. In alcuni casi – come nella produzione e distribuzione di energia – nasceranno probabilmente nuove strutture e assetti oligopolistici, animati dalla presenza di poche grandi imprese leader europee in grado di misurarsi con gli altri grandi attori dell’economia globale.

Dovremo così abituarci ad assistere a confronti e scontri, anche aspri, in Europa che avranno come protagonisti certo le imprese, ma che potranno vedere anche i singoli sistemi-paese impegnati in ruoli tutt’altro che marginali.

Va aggiunto che queste concentrazioni in tanto saranno in grado di accrescere concorrenza e efficienza sui mercati dell’Europa – e arrecare così vantaggi ai consumatori in termini di prezzi più bassi – in quanto avranno come riferimento principale il mercato europeo nel suo complesso. Ciò significa, in altre parole, operazioni prevalentemente transfrontaliere e il superamento della logica dei campioni nazionali.

Ma è proprio su queste auspicate modalità di svolgimento delle ristrutturazioni in atto che le aspre contese esplose in quest’ultimo mese – quali quelle tra Francia e Italia sull’affare Enel/ Suez/Gaz de France e tra Spagna e Germania sulla contro-Opa lanciata da Eon su Endesa – stanno sollevando i maggiori dubbi e timori.

E’ evidente che per raggiungere le finalità positive prima richiamate queste trasformazioni richiedano una forte guida a livello europeo. Sia con l’applicazione di regole comuni – e comunque compatibili tra i paesi membri – e sia con la capacità di farle rispettare. Ma è proprio questa guida che oggi manca in Europa. Purtroppo.

Negli ultimi anni – e ancor più dopo il no alla ratifica del Trattato costituzionale – i governi europei hanno fatto a gara nell’indebolire i poteri della Commissione e attuare una strisciante ri-nazionalizzazione delle loro economie. Un’opera di smantellamento in cui si è particolarmente distinta la Francia, non a caso al centro delle contese più recenti. Anche se non va dimenticato il valido supporto che le è stato fornito dai governi di altri paesi, e in primo luogo dall’Italia, che si è prodigata in questi anni in un’azione di contestazione a tutto campo dell’Unione Europea e dei suoi poteri. La direttiva sull’Opa europea, approvata nel 2003, in forma blanda e largamente favorevole alla salvaguardia delle regole nazionali, è una conferma tra le più evidenti di questa crescente debolezza dell’Unione e della sua Commissione.

Ne consegue che il rischio di processi di ristrutturazione europei guidati prevalentemente da rinnovati ‘patriottismi’ economici, nel miope intento di favorire i campioni e le economie nazionali, è oggi elevato. Ed è un pericolo diffuso perché può interessare svariati comparti. Tra questi l’energia, in particolare, per una serie di ragioni.

In primo luogo perché il comparto energetico gioca un ruolo strategico in ogni paese, quale input fondamentale della produzione di molti beni e servizi. Poi, perché tutti i paesi europei nutrono preoccupazioni crescenti sulla sicurezza dei loro approvvigionamenti, a causa sia della forte instabilità politica che caratterizza da qualche tempo l’area petrolifera mediorientale sia per l’aperta politicizzazione dell’offerta di gas operata dalla Russia di Putin. Ancora, il progetto di apertura del mercato elettrico europeo che partirà il prossimo anno, costituisce un ulteriore forte incentivo perché i paesi europei cerchino con spregiudicatezza di occupare le posizioni più favorevoli ai blocchi di partenza.

In definitiva, è una partita complessa e rischiosa quella che si sta giocando oggi in Europa. Sarebbe necessario intervenire per contenere – al più presto – il nazionalismo dei comportamenti e il protezionismo delle regole. Il rischio, altrimenti, è quello di ritrovarsi in un ‘gioco a somma zero’, se non addirittura negativo. Nessuno ne trarrebbe vantaggio, neanche i più forti tra i paesi europei. Al contrario, i costi finirebbero per essere elevati per tutti, col pericolo di rimettere in discussione anche i vantaggi del consolidamento in atto del mercato comunitario.