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Balcani

Gli enigmi del Kosovo

11 Apr 2006 - Stefano Bianchini - Stefano Bianchini

I negoziati per trovare una soluzione concordata sul futuro del Kosovo sono iniziati a gennaio e, almeno formalmente, non si conosce quale sarà il loro sbocco. Si sa solo, con certezza, che gli albanesi del Kosovo non intendono accettare alcuna soluzione che non sia l’indipendenza, mentre i dirigenti della Serbia sono disposti a concedere solo un’ampia autonomia. A mediare fra le due parti, che presentano posizioni tanto distanti da apparire inconciliabili, è stato chiamato l’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari.

Tuttavia, secondo una voce molto diffusa, Stati Uniti e Unione Europea avrebbero già preso la loro decisione a favore dell’indipendenza del Kosovo. Le trattative, in altre parole, sarebbero condotte solo allo scopo di definire quale “carota” possa essere offerta alla Serbia, affinché trovi il modo di accettare ciò che viene ritenuto, dalla diplomazia euroatlantica, come inevitabile.

In realtà, l’unica istituzione in grado di offrire una convincente “carota” è la UE, attraverso un percorso ben strutturato capace di condurre all’allargamento verso i Balcani. Ciò nonostante, oggi la UE potrebbe non essere in grado di offrire tale prospettiva, non solo a causa della grave crisi che l’attanaglia dopo il rifiuto della Costituzione europea da parte di Francia e Olanda, ma anche perché sono forti le resistenze di Parigi e di alcuni altri Paesi membri a rispettare gli impegni presi a Salonicco nel 2003.

La Serbia rema contro
I segnali che giungono dalla Serbia, d’altra parte, non sono rassicuranti: non sembra, cioè, che vi sia né un’opinione pubblica disposta a considerare il Kosovo perduto (se non piccole minoranze), né una leadership sufficientemente prestigiosa e capace di far accettare alla popolazione l’amputazione territoriale.

In queste condizioni, dunque, se l’indipendenza del Kosovo dovesse essere imposta da una decisione unilaterale del mediatore, senza convincenti contropartite sul piano politico, economico e sociale nella regione, è prevedibile che alle prossime elezioni in Serbia i radicali, già oggi maggioranza relativa, colgano l’occasione per esaltare il vittimismo nazionalista serbo e rafforzino ulteriormente il proprio vantaggio fino a rendere impossibile la formazione di un governo che li escluda. L’onda di un risorto nazionalismo serbo sarà quasi certamente più debole rispetto a quella dell’inizio degli anni Novanta, ma sarà sufficiente a consigliare alla NATO di restare per almeno una ventina d’anni in Kosovo, a proteggerne i confini.

Inoltre, una decisione non condivisa sul Kosovo potrebbe comportare ulteriori conseguenze sul piano internazionale: quale impatto potrebbe, infatti, avere l’imposizione di una secessione a un paese formalmente riconosciuto democratico come la Serbia di oggi? La restrizione del diritto all’autodeterminazione alle situazioni coloniali o a quelle dittatoriali ad alta violazione dei diritti umani verrebbe meno e c’è da chiedersi con quali strumenti le democrazie intenderanno affrontare eventuali rivendicazioni che le dovessero coinvolgere direttamente (si pensi, ad esempio, ai Paesi baschi).

L’ambiguità della Russia
Nel frattempo, la Russia di Putin non sembra più opporsi ad una dichiarazione di indipendenza del Kosovo, in ciò mettendosi a disposizione di UE e USA come un importante alleato: ma quanto questa posizione è condizionata dall’interesse immediato di Mosca di legittimare eventuali, futuri riconoscimenti di indipendenza alla Transnistria o all’Abkhazia, allo scopo di tenere meglio sotto controllo (o ricatto) l’Ucraina e la Georgia?

Incerta appare poi la fonte di legittimazione internazionale della decisione euroatlantica (sempre nel caso in cui essa non riesca ad ottenere il consenso serbo): è dubbio, infatti, che venga suffragata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU – che, tra l’altro, ha la responsabilità amministrativa sull’ex regione autonoma jugoslava – in quanto esso dovrà fare i conti con il rischio di un veto cinese, determinato dalla volontà di Pechino di evitare ripercussioni sul Tibet.

Infine, resta aperto il nodo della stabilità più generale dei Balcani: nel maggio 2005, ad esempio, sono bastate tre settimane perché un’associazione non governativa raccogliesse 40.000 firme a favore dell’indipendenza della Republika Srpska. Un evento, questo, che potrebbe annunciare atteggiamenti imitativi – dopo l’indipendenza del Kosovo – capaci di provocare una crisi profonda della Bosnia-Erzegovina fino a condurla alla dissoluzione. Quali saranno, allora, le risposte della diplomazia euro-atlantica?

Insomma, la questione del Kosovo – al di là delle verifiche sull’attuazione degli standard democratici nella regione, su cui la diplomazia euroatlantica tende a sorvolare – continua a sollevare nuovi, inquietanti, interrogativi: è soprattutto l’incapacità politica e diplomatica di uscire dalla logica dello Stato-nazione a confermare come il processo di disintegrazione della Jugoslavia sia ancora lontano dall’essere concluso, mantenendo alto il rischio di influire sulla stabilità di altri contesti internazionali. Né pare che la politica dei grandi protagonisti sulla scena internazionale sia in grado di tracciare strategie in termini globali; piuttosto, sembra solo subirne le conseguenze.