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Il dibattito

Democratizzare l’Iraq? Questi gli errori dell’America

3 Apr 2006 - Gianfranco Pasquino - Gianfranco Pasquino

La politica dell’Amministrazione Bush, intesa, eventualmente, a costruire la democrazia in Iraq, si è fondata su un insieme di premesse fragilissime e si è inevitabilmente tradotta in una serie di comportamenti sostanzialmente sbagliati. Soprattutto sorprendente è che i policy makers della Casa Bianca non abbiano fatto nessun affidamento su quanto la scienza politica statunitense aveva imparato, messo a disposizione e consentito di applicare in due importanti esperienze precedenti, vale a dire nel primo dopoguerra in Germania e in Giappone e sulla scia della decolonizzazione fra la fine degli anni Cinquanta e la metà degli anni Sessanta. Questa preoccupante, anche perché continua ad avere effetti negativi, carenza di “apprendimento istituzionale” (che è il rimprovero, fortemente motivato, indirizzato da Francis Fukuyama a Bush e ai suoi collaboratori), segnala che, senza un cambiamento di rotta, sarà difficilissimo costruire in Iraq, non soltanto la democrazia, ma persino un regime politico soddisfacentemente stabile.

La prima lezione che gli americani avevano tempo fa appreso e adeguatamente tradotto in comportamenti politici è che la premessa della democrazia consiste nella costruzione dell’ordine politico. Nella Germania e in Giappone, definitivamente sconfitti, non esisteva resistenza interna all’occupazione degli Alleati nel primo caso, dei soli Usa nel secondo. L’ordine politico poté essere creato facilmente e in modo duraturo. La seconda lezione è che l’ordine politico può anche basarsi sulla forza militare, e, infatti, in Germania il potere visibile delle Forze Armate alleate rimase in vigore per almeno cinque anni, e in Giappone per dieci, ma deve trovare rapidamente altri pilastri.

Errori di impostazione
Il dibattito dentro e fuori l’Ammministrazione Bush ruota intorno al quesito se gli Usa riusciranno a permettersi un’occupazione militare di così lungo periodo con truppe numericamente inadeguate e a fronte di una opposizione e di una guerriglia che sanno di giocare una partita fondamentale. Dall’altro, emergono le critiche alle scelte iniziali fatte dal Segretario della Difesa Rumsfeld a fronte di quello che, invece, suggeriva il Dipartimento di Stato. In sintesi, non bisognava smantellare l’esercito iracheno che, una volta eliminati i vertici più compromessi con il regime di Saddam, poteva dare il suo contributo all’ordine politico, mentre oggi, privi di stipendio e di alternative molti di quei militari sono impegnati nella guerriglia.

Non bisognava neppure disfarsi del partito Ba’ath. Partito secolare, abbastanza organizzato e radicato. I quadri del Ba’ath avrebbero potuto se non iniziare, almeno accompagnare la democratizzazione, una volta preso definitivamente atto che qualsiasi altra strada era preclusa. E, si sa, un partito “organizza” il consenso in maniera più efficace e più trasversale di qualsiasi affiliazione religiosa. Infine, non esiste nessun ordine politico in assenza di una burocrazia nazionale e locale che funzioni in modo dignitoso. Nessuna potenza occupante può supplire all’assenza di questa burocrazia. Conoscendo la nota propensione dei burocrati a tutte le latitudini al conformismo nei confronti del potere politico sarebbe stato molto più saggio “purgare” i burocrati irakeni e riorientarne i comportamenti.

D’altra parte, il dibattito non soltanto accademico ha aperto l’interrogativo se il paragone fra Germania e Giappone e Irak non sia fondamentalmente sbagliato. Nonostante la sua tragica fine, la Repubblica di Weimar fu una democrazia e in Germania esistevano tradizioni ed elites democratiche che in Iraq semplicemente non esistono. Erano assenti anche in Giappone dove, peraltro, rispetto all’Iraq si presentavano due elementi positivi: la sostanziale omogeneità culturale e religiosa del paese in nessun modo disponibile ad avventure fondamentaliste e l’esistenza di una figura come l’Imperatore che rappresentava visibilmente la continuità della comunità politica. Fu saggio da parte degli Usa non eliminare l’Imperatore e utilizzare la sua autorità per favorire la transizione alla democrazia.

Le tappe della democratizzazione
L’Amministrazione Bush sembra avere fretta nel democratizzare l’Iraq, ma la democrazia non può prescindere dall’esistenza di uno Stato e delle sue strutture, che mantengono l’ordine e garantiscono il minimo di servizi necessari a una popolazione. Poi, si crea un senso di appartenenza, in special modo, “secolare” alla nazione, quindi, in grado di limitare e riorientare le pulsioni fondamentaliste. Infine, attraverso le procedure elettorali e il buon funzionamento delle istituzioni politiche, Parlamento e Governo, si diffonde nella popolazione il credo democratico: meglio un sistema democratico che, magari, non soddisfa tutte le preferenze di qualsiasi alternativa basata sulla discrezionalità, sulla arbitrarietà, sulla imposizione, politica e religiosa.

Sono lezioni che avevamo già imparato e, addirittura, abbiamo già applicato con apprezzabile successo. Tuttavia, non va dimenticato che conta anche in quale contesto internazionale si produce la democratizzazione. La Germania post-1945 ebbe la fortuna di giovarsi della vicinanza di regimi politici democratici e, dopo pochi anni, della comparsa del processo di integrazione europea. Dal canto suo, dopo la conquista del potere politico ad opera del Partito comunista in Cina, il Giappone divenne un avamposto di democrazia, una specie di show case che rappresentò un’alternativa di successo da alimentare e esibire. Un’altra lezione della storia è che la democrazia può essere sostenuta da un ambiente favorevole. Raramente ha da sola la forza di imporsi su vicini ostili. Anzi, nel caso dell’Iraq è evidente che tutti i vicini sono preoccupati dall’eventuale successo della sua democrazia (forse, esagerando, come credono anche i neo-con di Bush, il pericolo/la possibilità di “contagio”).

Dunque, l’Iraq non beneficerà di un ambiente favorevole poiché l’eventuale, ancorché difficoltoso, processo di democratizzazione troverà nemici esterni di due tipi, come da un lato l’Iran teocratico e, dall’altro, i governi arabi cosiddetti “moderati”. Entrambi, con le loro motivazioni egoistiche, poco interessati a vedere maturare un’esperienza che potrebbe destabilizzare i rispettivi regimi.

A maggior ragione, l’Iraq avrà bisogno di tempo e di pazienza per creare e mantenere le condizioni minime di ordine politico e di democrazia elettorale. Pertanto, prima verranno reintrodotte nella politica degli anglo-americani in Iraq tutte le lezioni che abbiamo imparato meglio sarà per tutti. Con l’eccezione, forse, dei regimi arabi cosiddetti moderati che hanno da temere non la loro eventuale democratizzazione, alquanto improbabile e, allo stato attuale, sostanzialmente impraticabile; ma l’insorgere di disordine politico e la comparsa, o il rafforzamento, di movimenti fondamentalisti islamici. Ma questa, che non è per nulla un’altra storia, merita altri approfondimenti.

Foto tratta dal sito RPROJECT