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Italiani d’Europa, storie di migranti: Belgio primo capitolo

Raccontare l’integrazione europea dal punto di vista dei migranti italiani che l’hanno vissuta in prima persona: è questo lo scopo del progetto “Italiani d’Europa”, il cui primo capitolo, dedicato al Belgio, verrà presentato martedì 13 febbraio al Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale dal sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola e dal direttore di National Geographic Italia Marco Cattaneo.

Italiani - BelgioIl progetto del giornalista Lorenzo Colantoni e del fotografo Riccardo Venturi, vincitore di due World Press Award, guarda sia all’immigrazione passata che a quella contemporanea: il libro e il web documentary (disponibile su www.belgium.italiansofeurope.it) inquadrano il fenomeno e mostrano poi il volto di questa emigrazione tramite una serie di ritratti individuali, dai minatori di Marcinelle fino agli acrobati circensi, dai funzionari europei agli esploratori di inizio Novecento diretti da Anversa verso il Congo Belga. Testi, video e foto, tra cui diari dell’Archivio Diaristico Nazionale, partner del progetto. È il seguito di “Italians and the UK”, progetto sull’immigrazione italiana nel Regno Unito, pubblicato proprio nei giorni della Brexit.

La scelta del Belgio come primo capitolo non è un caso; tuttora gli italiani sono la prima comunità straniera nel Paese. Secondo le stime dell’ambasciata a Bruxelles, si tratta infatti di circa trecentomila persone, prima ancora di francesi, polacchi e marocchini. È il risultato principalmente del mezzo milione di persone che arrivarono in meno di dieci anni (dai primi anni ’50 fino al ’56, principalmente) in un Belgio che allora contava solo otto milioni di abitanti. Quasi il 20% della popolazione: una specie di invasione diretta in due zone circoscritte, l’area della Vallonia (la parte meridionale del Belgio) intorno a Charleroi, Mons e Liegi, e il Limburgo, nelle Fiandre.

Fu la prima ondata migratoria di queste dimensioni verso il Belgio, e non fu semplice affrontarla. L’integrazione degli italiani fu lunga e difficile, tuttora forse incompleta. Nelle miniere a cui la maggior parte degli italiani erano soprattutto destinati le condizioni di lavoro erano spesso drammatiche: se Marcinelle, con i suoi 135 italiani morti a mille metri di profondità l’8 agosto 1956, è la tragedia più evidente, essa fu tuttavia solo il culmine di una lista di incidenti negli anni precedenti. Decine di italiani (e non solo) morti nelle miniere mese dopo mese, che portarono più volte il governo di Roma a riconsiderare e poi sospendere il Protocollo italo-belga, firmato dai primi ministri Achille Van Acker e Alcide De Gasperi il 20 giugno 1946 per l’invio di lavoratori italiani in cambio di importazioni di carbone.

Le condizioni di vita erano altrettanto difficili, con lavoratori individuali prima ed intere famiglie dopo costrette a vivere almeno fino al primo decennio dopo la firma del Protocollo nelle ex baracche destinate ai prigionieri di guerra. Gelide d’inverno, roventi d’estate, e soprattutto isolate dal resto del Paese. Era, in un certo senso, un modo per garantire la temporaneità della presenza italiana in Belgio. Un passaggio che però presto divenne permanente.

Dopo Marcinelle, infatti, molti italiani rimasero in Belgio, tanti passando all’industria grazie ad una deroga speciale del contratto concessa dopo la tragedia. Iniziò la stagione operaia, dei quartieri ghetto di Bruxelles dove erano ancora confinati gli italiani, come Cureghem, ma anche quella della progressiva emancipazione della comunità. Man mano che nasceva l’Unione europea e nuove migrazioni si sostituivano a quella italiana, i nostri connazionali diventavano meno stranieri, sempre di più cittadini comunitari.

Adesso, la geografia della comunità italiana è quella dell’economia belga: la si trova nei 3900 funzionari europei (il 12% del totale), nel fumetto e nella birra, di cui il Belgio è patria, ma anche nei settori solitamente preclusi agli outsider, come l’industria dei diamanti di Anversa. Eppure, nonostante questa evoluzione, uno sguardo sull’immigrazione italiana nel Paese rivela frequenti sovrapposizioni non solo tra il suo passato e il suo presente, ma anche con le nuove, grandi ondate migratorie dall’Africa sub-sahariana e dal Nordafrica.

Di nuovo gli italiani sono tornati un popolo di migranti: secondo i dati della Farnesina, dal 2014 sono di più gli italiani andati a vivere all’estero rispetto agli stranieri arrivati in Italia. Si tratta sì spesso di professionisti qualificati, ma anche di giovani poco preparati all’esperienza della migrazione. Allo stesso modo, le nuove ondate migratorie ripercorrono i passi percorsi dagli stessi italiani: i ghetti dove gli operai italiani si ammassavano sono quelli dove vivono ora i nordafricani. Tra questi Molenbeek, reso famoso purtroppo dagli attentatori di Parigi, ma un tempo quartiere italiano. Loredana Marchi, che lì lavora dagli anni ’70 al centro per l’integrazione Foyer, è una delle persone passate direttamente dal lavorare sull’integrazione degli italiani, a quella di marocchini e tunisini.

Ecco quindi uno dei possibili significati di un progetto che racconti l’Europa tramite il presente e il passato delle migrazioni dei suoi cittadini; perché è la progressiva emancipazione della vecchia comunità che ha permesso alla nuova di presentarsi in maniera differente, come cittadini europei, offrendo poi una lezione di integrazione utile per le successive sfide presentate dalle migrazioni dirette verso l’Europa. Un racconto di migranti italiani, ma valido per tutta l’Unione.

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