IAI

Il genocidio degli yazidi, di Simone Zoppellaro

Il genocidio degli yazidi. L’Isis e la persecuzione degli “adoratori del diavolo”, di Simone Zoppellaro, Guerini e Associati, pgg. 129, euro 14,50.

Genocidio - YazidiSimone Zoppellaro, giornalista ed esperto di Medio Oriente, ha visitato il Kurdistan iracheno nell’aprile 2017. Da questo lungo viaggio, da un meticoloso lavoro di ricostruzione delle vicende che hanno segnato la popolazione yazida e a seguito di un importante incontro con Nadia Murad, attivista yazida candidata al premio Nobel per la pace, Zoppellaro ha deciso di dare alle stampe un volume dedicato ad un popolo troppo spesso dimenticato: il primo libro in Italia che racconta la storia, la cultura e le tragiche vicende dell’antica minoranza religiosa sterminata dall’Isis nell’agosto del 2014. Un genocidio ancora in corso, denunciato dall’Onu e da diverse organizzazioni internazionali.

Diffusi fra Iraq, Siria, Iran, Turchia, Armenia e Georgia – con una parte crescente di loro in diaspora fra Russia, Europa, Australia e Nord America -, gli yazidi sono una piccola popolazione che, seppur facente parte per lingua e tradizione della storia e del mondo curdo, presenta alcuni tratti specifici.

Lo yazidismo è, ancora oggi, una delle comunità religiose meno conosciute e studiate del Medio Oriente, da considerarsi uno dei più antichi monoteismi. Preminente nella storia e nello sviluppo dello yazidismo è la figura di Sheikh Adi, mistico sufi che gli storici indicano come il vero iniziatore di questa religione

La fede yazida, professata da una minoranza numericamente molto esigua e isolata, in cui riveste un ruolo fondamentale la trasmissione orale a dispetto di quella scritta -, ha suscitato in passato miti e leggende duri a morire che sono ancora alla base dei pregiudizi e delle persecuzioni di questi anni.

Gli “adoratori del diavolo”, come sono stati chiamati per secoli in Medio Oriente, sono in realtà i seguaci di una religione pacifica, che non ha mai cercato di fare proseliti. Yazidi lo si è soltanto di nascita e per eredità famigliare: sono vietati i matrimoni misti così come ogni forma di conversione.

A testimonianza di quanto sia pesato su di loro lo stigma di “adoratori del diavolo”, per gli yazidi è proibito pronunciare non soltanto la parola Satana, ma anche ogni termine che a questa si approssimi anche solo da un punto di vista fonetico.

Questo è solo uno dei tanti tabù che segnano la vita di un fedele yazida. Fra i divieti più curiosi quello di tagliare gli alberi, sputare a terra, in acqua o sul fuoco, entrare in una moschea, o ancora mangiare la lattuga, il cavolo o la zucca, vestirsi di blu e sposarsi d’aprile.

Cuore mistico e spirituale di questa comunità e il complesso templare di Lalish, dove i fedeli credono che Dio stesso dimori.

Nelle prime ore del 3 agosto 2014, si consumò il genocidio degli yazidi. I combattenti dell’Isis si diressero rapidamente verso il Sinjar, nel nord dell’Iraq, sede della maggioranza degli yazidi nel mondo. Per gli uomini di al-Baghdadi, gli yazidi sono una minoranza che, per la sua stessa natura, non merita di vivere, a meno che questi non rinneghino la fede e abbraccino l’Islam. Per gli uomini della comunità yazida la scelta fu fra la morte e la conversione, mentre le donne furono deportate, violentate, ridotte in schiavitù e vendute come merce.  Nei vari episodi di cui si compose l’attacco di quei giorni, 3.100 yazidi morirono e altri 6.800 furono rapiti.

Prima di questa data, nella regione del Sinjar si trovava oltre la metà della popolazione yazida stimata in Iraq, che ammontava a un totale di circa 518.000 persone. Le ultime stime raccontano che oggi vi siano nel Kurdistan iracheno ben 350.000 fra profughi e sfollati yazidi, a fronte di una popolazione totale, assai diminuita, che si aggira attorno alle 420.000 persone. Gli ultimi studi rivelano che almeno il 2,5% dell’intera popolazione yazida del Sinjar sia stata rapita o uccisa.

La tragedia ha lasciato questa minoranza sempre più chiusa, divisa e lacerata, anche da un punto di vista politico. Se non mancano fra loro i sostenitori e militanti del Pkk e dei curdi siriani – cui tutti riconoscono di essersi battuti con grande eroismo nei giorni del genocidio – così come quelli che preferiscono affidarsi al Pdk curdo-iracheno o alle forze a maggioranza sciita dell’Hashd al-Shaabi, sono in tanti ad affermare che non c’è futuro per loro in Iraq o in Kurdistan, che l’unica salvezza può arrivare da Occidente, dal dispiegamento di forze internazionali.